Recensione “Scolpito nelle Ossa” di Michael Nava

 

Novembre, 1984. L’avvocato penalista Henry Rios, appena uscito da un centro di riabilitazione e determinato a rimettere insieme i pezzi della sua vita, accetta controvoglia un posto da investigatore in una compagnia assicurativa ed è subito incaricato di indagare sulla morte apparentemente accidentale di Bill Ryan. Ryan, arrivato a San Francisco durante la grande migrazione gay degli anni Settanta, è morto nel sonno per un avvelenamento da monossido di carbonio causato da una tubatura del gas difettosa, a cui il suo amante è sopravvissuto per un soffio. L’indagine sulla sua morte – che Rios è convinto non sia stata un incidente – si trasforma ben presto nella ricerca del significato della sua vita: dall’arrivo a San Francisco come diciottenne terrorizzato alla trasformazione in uomo d’affari di successo, lungo una traiettoria che interseca i luoghi e i momenti più importanti della comunità omosessuale cittadina. Tra parallelismi segreti e paure comuni, Rios si troverà coinvolto in un’indagine dal tono sempre più personale fino a dover affrontare la domanda più scomoda di tutte: è davvero sempre opportuno che la verità venga alla luce?

Un mystery struggente e magistralmente strutturato, vincitore dell’edizione 2020 del Lambda Literary Award, che intreccia le vicende di due uomini gay nella San Francisco degli anni Ottanta mentre, sullo sfondo, lo tsunami dell’AIDS si abbatte sulla città.

Hi readers Sale e Pepe, 

In questa recensione vi parlerò del libro “Scolpito nelle ossa”, secondo volume della serie Henry Rios, di Micheal Nava, edito da triskell edizioni che ringrazio per la copia. 

Se il primo volume di questa serie mi era piaciuto, pur essendo quasi un libro “introduttivo” dove veniva quasi solo presentato il personaggio di Henry Rios e l’inizio della sua storia, questo secondo è stato davvero una lettura…annichilente, ma in senso positivo. 

Mi ha lasciata stordita, annientata, con diversi pensieri in testa e tanta tanta tristezza. 

Perché, vi chiederete, ma non è facile da spiegare. Non è tanto la storia in sé ma il modo in cui Nava la racconta.
Ci sono libri e Libri e questo fa parte sicuramente del secondo gruppo. 

Ho iniziato sapendo che non sarebbe stata una lettura leggera e che, anzi, mi avrebbe fatto un po’ male.
Basta leggere le prime due parole della trama per capire perché: “Novembre, 1984…”. 

Ebbene sì, in questo libro ci addentriamo negli più bui e tormentati per la comunità lgbtq+, gli anni in cui l’HIV si propaga in maniera globale e l’AIDS diventa un’epidemia globale.

“È difficile per qualunque essere umano venire odiato per qualcosa di impossibile da cambiare e anche chi è abbastanza forte da resistere all’odio irrazionale non può evitare di restarne ferito. Quelli a cui manca questa forza, cioè la maggior parte di noi, probabilmente, possono essere spinti nel buio di pensieri e comportamenti autodistruttivi da cui rischiano di non riemergere più. Lo scoppio dell’epidemia non fece altro che aumentare il peso della differenza…”


Non è però un romanzo che racconta solo uno spaccato storico e neanche un noir, un giallo giudiziario o un libro di narrativa lgbtq*.
Infatti, è…tutto questo è molto di più!

La storia alterna due punti di vista, il primo è  quello di Henry, che, quasi senza volerlo, dopo aver accettato controvoglia un posto da investigatore in una compagnia assicurativa, si ritrova ad indagare sulla morte di Bill Ryan, il secondo quello di Bill stesso, che racconta in prima persona il suo arrivo a San Francisco durante la grande migrazione gay degli anni Settanta. Le due narrazioni si svolgono in parallelo fino al momento in cui la verità agognata e ricercata, ma rivelatasi anche tanto dolorosa, non viene a galla.

Questa “divisione”, mi ha permesso di comprendere appieno ciò che stavo leggendo, dandomi la possibilità di seguire e capire anche i pensieri di Bill, non solo quelli di Henry e di immergermi profondamente nel dolore di entrambi. 

“Bill sperava che con il passare del tempo il terrore sarebbe scemato, a mano a mano che la familiarità creava fiducia, ma quello non accadde. La paura era come la nebbia che arrivava in estate in città, a volte sfilacciata e leggera, a volte in nuvole fredde e scure, ma sempre presente. Non riusciva a vedere oltre i pensieri che gli giravano nella testa in circoli ansiosi e incessanti…”


Questa indagine per Rios si trasforma ben presto nella ricerca del significato della sua vita: come Bill anche lui è arrivato a San Francisco terrorizzato da se stesso e dal mondo e nello stesso modo si è trasformato in uomo d’affari di successo con le sue sole forze, nascondendo però nel profondo del suo animo, paura, odio, rabbia e timori su se stesso e sulla sua sessualità che anno dopo anno lo hanno logorato spingendolo all’auto distruzione. Così
, mentre Henry ripercorre gli anni di Bill dal suo arrivo fino alla morte, si ritrova a fare un viaggio nei suoi stessi successi e fallimenti, rimettendo insieme il malandato puzzle che compone chi è.

 

 “Ti sto chiedendo se sai riconoscere la differenza tra quello che vuoi e quello che ti fa bene, e che se lasciato a te stesso sei più portato a scegliere il primo che il secondo. Ti sto chiedendo se riconosci che dentro di te c’è una profonda tendenza autodistruttiva e che per controllarla hai bisogno di aiuto. Sì, avevo risposto..”

 

Non credo di dover aggiungere altro per farvi capire che questo libro è la rappresentazione letterale/letteraria dell’espressione “fa male come cazzott0 nello stomaco”. 

In sintesi, “Scolpito nelle ossa” mi ha dato una scossa, ha smosso la coscienza ed è per questo una lettura che consiglio a tutti. 

 

 

 

Giovanni

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