Recensione “Ragazza numero A7807” di Sara Leibovits e Elti Elboim

 

1944. Sara Leibovits, una ragazza ebrea di sedici anni, viene deportata ad Auschwitz con la sua famiglia. Trascorrono insieme pochi momenti prima che i loro destini vengano stravolti. La madre e i cinque fratellini di Sara vengono mandati direttamente alla morte. Il padre viene dapprima destinato al sonderkommando, il gruppo di chi è costretto a rimuovere i corpi dalle camere a gas, e poi giustiziato. Solo Sara sopravvive.

Questa è la potente storia vera di Sara Leibovits e delle incredibili sofferenze e difficoltà che ha dovuto affrontare durante la prigionia nel campo di sterminio, raccontata insieme a sua figlia, Eti. In questo avvincente libro di memorie, i loro destini si intrecciano. Cosa significa sopravvivere all’Olocausto, e cosa comporta crescere con una madre segnata da quegli orrori?

«Questa che racconto è la pura verità. È la storia di ciò che ho vissuto da ragazza per un intero anno della mia vita, il sedicesimo, ad Auschwitz.»

 

Un romanzo a due voci, un racconto del passato, del vissuto ad Auschwitz e l’altra, le domande e il perché che frullano in testa a milioni di persone.

Madre e figlia a confronto, settant’anni di distanza da una guerra che ha sancito il destino di milioni di ebrei.

“Avevo quindici anni e dieci mesi all’epoca. Mi chiamavo Suri Hershkovits…” Inizia così il racconto della madre e da qui è un susseguirsi di forza, fede, dolore e stenti.

Ogni libro letto del genere è un colpo al cuore, un libro degli orrori che si propina davanti agli occhi.

Unico mantra “Non morirò, continuerò a vivere.” Ma non è stato facile.

La questione della fede prima, durante e dopo l’Olocausto è qualcosa di affascinante e complesso al tempo stesso, non è da tutti aggrapparsi a un Dio “indifferente” agli orrori che ci circondano.

Quando la forza della fede è immensa.

Il racconto si dirama fino alla solitudine finale della protagonista “ero un ramo carbonizzato salvato dal fuoco – l’unica sopravvissuta di tutta la famiglia”, la ripartenza, la rinascita o il continuo ricordo di quelle atrocità.

Forse il gesto di vittoria degli ebrei sopravvissuti è stato procreare, continuare la loro stirpe, continuare a raccontare per non dimenticare.

 

 

 

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