Recensione “Marianna. Io sono la monaca di Monza” di Matteo Strukul

 

Murata viva in una cella, una donna bellissima si consuma nel proprio tormento: è Marianna Virginia de Leyva, già monaca feudataria di Monza. ‘Cinque braccia per tre’ ripete a se stessa: tanto è lo spazio buio e angusto nel quale vivrà fino alla morte. La sua colpa? Aver amato di una passione infuocata Gian Paolo Osio quando era vicaria del monastero di Santa Margherita, costretta a prendere i voti da un padre assente e tiranno. Nella disperazione della prigionia, Virginia ripercorre la sua storia, in una girandola di immagini nere d’orrore e rosse di sangue. A partire dal giorno fatidico in cui lo vide per la prima volta, di là dal muro che separava il convento dalla sua abitazione. Ricorda quanto cupi e profondi fossero i suoi occhi e quanto i suoi sensi s’accesero d’un sentimento bruciante mentre la pelle pareva andarle a fuoco. Che cosa rimane ora di lei? Da quanto dura il suo castigo? E infine, come guadagnarsi il perdono, se un perdono esiste per un’anima come la sua? Coniugando il rigore della ricostruzione storica a una narrazione appassionata, Matteo Strukul mette in scena la vicenda della monaca di Monza, indimenticata protagonista dei Promessi sposi. Come in una confessione, Marianna rivela ai lettori la sua parabola di passione e delitto, suscitandone a un tempo l’orrore e la pietà.

 

Un personaggio che mi ha sempre affascinato: la monaca di Monza.

Oggi potremmo definire questo romanzo uno spin-off de “I promessi sposi”, la storia pruriginosa della corruzione morale del clero, di voti di castità infranti ma, dobbiamo considerare che in passato era consuetudine forzare i figli minori  alla vita monastica, e la vocazione spesso non era contemplata; suor Virginia era una di queste sciagurate.

Nata Marianna de Leyva, la tredicenne feudataria di Monza si era ritrovata chiusa dietro i cancelli di un convento, in clausura.

 

“defraudata del denaro che mi spettava di diritto, derubata delle nozze, affinché il patrimonio della famiglia non venisse disperso”.

 

Ma non saranno le mura del monastero a fermare le tentazioni e, ben presto, anche questa giovane, che si credeva integerrima, macchierà la sua anima.

Il diavolo vestirà i panni di Gian Paolo Osio, rampollo della famiglia i cui possedimenti confinavano con il convento di Santa Margherita in Monza.

Definito come un masnadiere dal fascino conturbante e la propensione a perdere il controllo, questo personaggio diventerà un morbo che devasterà il convento.

Vedremo l’evolversi del rapporto  fra i due che inizia con uno scontro, per poi diventare un veleno che serpeggia nelle fantasie dei due protagonisti e di alcune Sorelle fidate, complici della loro tresca, anche per sfuggire alla monotonia della vita di clausura.

 

“Siamo state sepolte qui dai nostri padri. Che ci hanno abbandonate e derubate del patrimonio e della vita che meritavamo”

 

Virginia manterrà il piglio  prepotente del suo lignaggio, piegando alla sua volontà chi le gravita intorno. Un gioco di potere, quello con Gian Paolo, andato troppo oltre; la lussuria si impadronirà della mente, mentre il corpo verrà mortificato come ultimo baluardo di resistenza.

 

“Tutto il dolore del mondo non bastava a spegnere la sete d’amore che mi divorava”

Una narrazione in prima persona cupa, che soggioga anche il lettore al fascino della protagonista, ritrovandosi morbosamente solidale con lei, nella passione e nel pentimento, nel dubbio e nell’orrore.

Vista con occhio moderno non si può che esecrare e condannare la pratica di sacrificare una giovane vita al convento. Ho finito per parteggiare anche io per Virginia, quasi per ripicca e senso di giustizia, affinché lei potesse avere la sua fetta di felicità, anche se tinta più di ossessione che di amore.

 

“Lussuria, violenza e morte erano divenute le nostre tre regine, signoreggiavano nei cuori neri che ci battevano nel petto”

L’autore si è adoperato per un lavoro di ricerca enorme, passando in rassegna gli atti processuali originali e tutto ciò che è stato scritto su questa sposa di Dio che ha preferito la strada della perdizione.

 

“Avevo sempre saputo che, nell’istante esatto in cui lo avevo conosciuto, la mia vita sarebbe stata spezzata.”

 

Prosa asciutta, senza sdolcinature, realistica al limite dello squallore, che trascina totalmente il lettore.

 

Anna

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