Recensione “Maison Tellier” di Guy De Maupassant

 

 

 

Maison Tellier è un racconto del 1881. È ambientato a Fécamp in Normandia.
Qui Maupassant, delinea i tratti di questa regione che conosce molto bene in quanto ne esplorava le spiagge e i campi con i ragazzi del paese durante le vacanze. Il racconto ruota attorno alla Maison Tellier che è una casa di tolleranza. La proprietaria, denominata Madame, la gestisce come fosse un collegio; le sue ragazze, sono trattate da educande: le protegge ma allo stesso tempo le rimprovera. I temi principali sono: l’erotismo e l’ironia, ironia che l’autore esprime partendo dal singolo e che estende, nel corso della narrazione, a tutta la comunità.

Nel libro, oltre Maison Tellier, sono presenti altri racconti

Questo volume è una raccolta di antichi racconti, più o meno brevi, ambientati nel nord della Francia, in un passato non ben definito, ma, considerata la prima data di pubblicazione del 1881, possiamo tranquillamente collocarla in quel periodo.

Amo profondamente questa terra e nelle parole dello scrittore ho rivissuto odori, luci e sensazioni che solo lì sono riuscita a provare.

Leggendo questo libro mi è sembrato di percorrere un lungo corridoio dove, aprendo una porta dopo l’altra, mi sono immersa in ogni racconto.

Come se alla mia uscita dalla stanza la storia andasse avanti, ma l’autore mi avesse preso per mano e accompagnata altrove.

Le descrizioni sono così minuziose da sentirsi avvolti a 360° nell’ambiente descritto, tutti i sensi vengono sollecitati da tale cura, i personaggi  sono caratterizzati in modo superbo.

Il primo racconto è dedicato alla casa di tolleranza di un paesino di provincia e della sua funzione di servizio di pubblica utilità per gli abitanti di sesso maschile. Le donne della maison Tellier, da qui il nome della raccolta, sono vere, dalle gambe forti, a quanto pare dote apprezzata ai tempi, non di grande bellezza ma dal cuore grande. Vivono una vacanza con Madame nel paese del di lei fratello, dove deve essere celebrata la comunione della nipote. Una pausa dalle fatiche quotidiane, dove per una volta possono essere apprezzate al di fuori della loro professione.

Il secondo, brevissimo racconto ha come protagonista un pescatore che vive un’avventura inquietante di notte sul fiume. Mi è sembrato di rivivere l’angoscia del terrore  bianco di Edgar Allan Poe.

Nel terzo è la serva di una fattoria ad essere protagonista, la vita di fatica, le poche distrazioni, un amore, la sua conseguenza, l’abbandono, la frustrazione. Molto intenso a livello sensoriale.

 

Diversi altri racconti di pura quotidianità vengono narrati, alcuni più coinvolgenti altri meno. Mi ha commossa quella del bambino senza padre: a quei tempi essere figlio di una ragazza madre era una vergogna che si portava cucita addosso. La tenerezza di questo bimbo che viene preso in giro dai compagni di classe e la sua disperata voglia di trovare un papà sono veramente toccanti.

L’autore ci ha tramandato piccole scene di vita quotidiana, che a noi del XXI secolo potranno sembrare distanti anni luce, ma quello che mi ha fatto riflettere è che con gli anni abbiamo smarrito quella galanteria che tanto era apprezzata, mentre la meschinità dell’essere umano rimane, ora come allora, una piaga.

Molto ricercato, ovviamente, il lessico, un tripudio di termini che avvolgono, nutrono e stordiscono il lettore, aprendoci un’esperienza emotiva col dono delle parole e rendendocela vivida e attuale.

firma Anna

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