Recensione “L’arte di non fare un ca**o senza sensi di colpa” di Johan Anderberg

 

Credo sia il caso di principiare dalla trama, copia incollata (per evitare inopportune inferenze personali) da Amazon.

Alcuni anni fa, un gruppo di ricercatori di Harvard ha condotto uno studio che ha evidenziato quanto sia difficile stare seduti da soli in una stanza senza alcuna distrazione. Dopo solo pochi minuti, quando ai partecipanti è stata offerta la possibilità di autoinfliggersi una scossa elettrica anziché restare inattivi, la maggior parte ha scelto un’esperienza spiacevole piuttosto che l’inazione. È proprio questo impulso che porta noi esseri umani a decisioni spesso disastrose. Ma può essere contrastato. Come? Imparando a non fare un ca**o. Grazie alle preziose lezioni e ai numerosi aneddoti storici contenuti in questo libro, possiamo essere passivi – non pigri – e imparare a vincere restando immobili, soli con i nostri pensieri. Un antidoto alla pressione moderna di essere veloci a ogni costo, alla frenesia della routine quotidiana e alla montagna di ansia e di stress che ne deriva. Per risolvere davvero i tuoi problemi e prendere le decisioni migliori, scopri il potere liberatorio dell’inazione.

 

“Fare un respiro, lasciare andare. Tutto qui. Quanto può essere difficile?”

Scegliete la risposta che più vi aggrada tra:
-Sei serio?
-Spero che tu ti possa incastrare durante una posizione di yoga.
-AHAHAHAHAHAHAHAA

Dunque, non vorrei iniziare tutte le mie recensioni con libro scritto appositamente per seguito da una sfilza di caratteristiche femminili che io piazzo per tirarvi in mezzo al discorso, ma che sono l’inizio della mia biografia. Quindi a questo giro vado diretta, ok? Ca**o, questo libro è per ME. Che sono geneticamente incapace di stare ferma, che inanello cose su cose, che credo che il concetto di procrastinare sia stato creato solo per le pulizie e le tasse, che mi sento fisicamente male quando sto ferma e zitta per 4 secondi consecutivi. Ma, ri-ca**o, mi si è ribaltata la testa. Giuro. Dalla frase “Fare un respiro, lasciare andare. Tutto qui. Quanto può essere difficile?” mi sono sentita come un bambino beccato male con le mani nella marmellata, e mi sono letteralmente bevuta, goduta, assaporata ogni singola riga, e, beh, ho cambiato credo. Roba da finire il libro e non scrivere la recensione, giusto per farvi capire quanto ho afferrato il concetto.

Ma qualcosina dovrò pur dirvi, qualcosa di più serio di fatevi un favore e leggetelo ADESSO, e direi questo: non pensate sia una sorta di manuale di auto aiuto che vi ricorda come e con che frequenza dobbiate respirare, e nemmeno un elenco di regole che dovete applicare dall’alba al tramonto per lasciar andare e disinnescare le emozioni giornaliere; no, no, niente di tutto questo. Sono storie. Testimonianze. Analisi. Porzioni di biografie di agenti di borsa, generali romani, giocatori di scacchi, presidenti, persino responsabili di parchettucci del calibro di Yellowstone… che si sono trovati nella m€rd@ fino al gargarozzo a gestire situazioni talmente anormali e atipiche da essere passate alla storia, eventi la cui miglior strategia di risoluzione era…

Mi è capitato di citare il viaggio dell’eroe narratologico giusto due settimane fa, leggendo e rileggendo la sinossi di un fantasy che due miei amici stanno scrivendo da almeno dieci anni (tempistica che mi fa sospettare che si siano ispirati a Fabio il Temporeggiatore). Insomma, c’erano così tanti personaggi dai ruoli così paritari da farmi scivolare i neuroni sulle bucce di banane. Per quanto mi sforzassi, non capivo chi fosse l’eroe. Perché, beh, DEVE esserci un eroe. Il protagonista, colui che viaggia in senso evolutivo, che deve battersi per migliorarsi e consegnarci la morale, portarci un finale stretto in pugno, dirci che possiamo farcela, siamo tutti sulla stessa barca (in viaggio, ancora) diretti al giusto lieto fine. Ci sarà pure una ragione se si chiama viaggio e non pennica dell’eroe, giusto? Prendete Ulisse, e mi avvalgo dell’esempio usato dall’autore. Se non si fosse mosso da Itaca, non ci sarebbe stato poi molto da raccontare. Ma qui ci viene richiesto un piccolo, futile sforzo: spostare la nostra attenzione dall’inizio del viaggio, il momento della partenza, quello in cui le emozioni a caldo sono il carburante che ci fa muovere, agire, disporre, sprecare e vanificare, alla fine del viaggio, quel punto da cui possiamo voltare la testa all’indietro e valutare effettivamente quant’è stato efficace ai nostri scopi muoverci come rapinatori di banche al primo strillo dell’allarme.

“Per Steve Jobs non si trattava di creare il primo prodotto. Si trattava di creare l’ultimo.”

Anna

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