Recensione “Il ragazzo di Auschwitz” di Steve Ross

 

 

 

 

«Un libro straordinario che mantiene viva la speranza.» The Boston Globe
Il 29 ottobre 1939 la vita di Szmulek Rozental cambia per sempre. I nazisti marciano sul villaggio dove abita, in polonia, distruggendo le sinagoghe e cacciando i rabbini. Due persone muoiono durante quel primo giorno di saccheggio, ma il peggio deve ancora arrivare. Molto presto tutta la sua famiglia sarà uccisa, e Szmulek, a soli otto anni, è costretto ad affrontare l’incubo dell’Olocausto. Con tenacia e determinazione e grazie all’aiuto di altri prigionieri, sopravvive ad alcuni tra i più letali campi di concentramento, tra cui Dachau, Auschwitz, Bergen Belsen. Stuprato, picchiato, sottoposto per sei anni a ogni genere di privazione, vede la sua famiglia e i suoi amici morire. Ma essere riuscito a sopravvivere a questo inferno lo ha spinto a combattere per raccontare alle generazioni future gli errori che non dovranno mai più essere commessi. Dopo la liberazione da parte degli americani, si è trasferito a Boston dove, sotto il nome di Steve Ross, ha cominciato una nuova vita, lavorando costantemente per tenere viva la memoria degli orrori delle persecuzioni. Questo libro è la sua incredibile testimonianza.
La testimonianza senza precedenti di un sopravvissuto agli orrori dei campi di concentramento
«Il mantra “Mai dimenticare” a volte suona come la mia maledizione, ma dobbiamo fare in modo che le generazioni future comprendano il potere dell’odio.»

«Un libro necessario e bellissimo.»
Gary Shteyngart
«Il resoconto straordinariamente dettagliato di Ross è una testimonianza della capacità di resistenza dello spirito umano. È terribilmente attuale ancora oggi, un promemoria di ciò che può accadere quando perdiamo di vista l’umanità degli altri.»
Senatrice Dianne Feinstein
«Il lavoro di Steve Ross contribuisce a non far ripetere mai più gli orrori dell’Olocausto.»
Israel Arbeiter, sopravvissuto ad Auschwitz.

Mi sono presa qualche giorno “sabbatico” per scrivere questa recensione dopo aver letto il libro: le emozioni erano troppo forti, la tristezza, il dolore, l’agonia mi impedivano anche di respirare.

E’ un libro che ti tocca nel profondo, che ti scuote l’anima e ti fa sentire fortunata. Fortunata per non avere vissuto niente di tutto ciò, fortunata per non poter neanche lontanamente immaginare la sofferenza del protagonista, fortunata di aver letto solo una storia, storie di protagonisti, storie di sopravvissuti, la storia su libri impersonali di scuola su quel periodo.

Il protagonista Steve Ross, ovvero Szmulek Rozental “Avevo solo otto anni quando sono entrato in un campo di concentramento…” Inizia così il racconto autobiografico dell’autore.

Un racconto che ti porta per mano e con il cuore dentro un incubo reale, vissuto, sofferto, ma mai superato.

Mi sono sentita oppressa, senza forza, impotente di fronte alle tante atrocità subite, alle tante perfidie e cattiverie che l’umanità, se così si può chiamare, abbia fatto nei confronti di altri umani, uomini, donne e bambini a cui hanno tolto la dignità, l’identità e l’umanità stessa, identificandoli con un semplice numero, togliendo anche il loro nome. Non erano più uomini, non erano più persone, erano fantasmi di loro stessi, cose che trascinavano la loro esistenza, fino a che un giorno qualcuno metteva fine a quell’agonia.

Mi sono sentita affamata, derisa, spogliata, afflitta, non avevo più emozioni: erano rimaste incastrate tra le pagine, fiumi di lacrime e dolore facevano invece da copertina al libro.

“Per non dimenticare” vengono scritti libri, giornate della memoria; per non dimenticare dovrebbe bastare, invece bisogna sapere, conoscere le atrocità per non ripeterle nel corso della storia.

“La voglia di dimenticare è così forte che mi viene da piangere. Per un giorno solo, un’ora o anche solo per un istante, vorrei essere libero dai ricordi… vorrei poter cancellare tutto e avere qualche preziosa ora di pace”, parole del protagonista che fanno riflettere, che ti aprono un abisso di paure, una miriade di domande a cui, ahimè, non troverai mai le dovute risposte.

Steve Ross ragazzo di appena otto anni, l’unico sopravvissuto di un’intera famiglia e di amici, colui che “è passato” per dieci campi di concentramento, che è quasi morto di fame, che ha superato percosse e violenze sessuali, eppure aveva avuto il dono della vita.

Lui, fortunato, per aver resistito, per essere sopravvissuto, per non aver perso la speranza malgrado le avversità, ci ha dato l’onore di leggere la sua storia; un capolavoro di emozioni, un capolavoro reale che sa di rabbia, di lacrime, di speranza di vita, ma soprattutto di cuore.

Un racconto, il suo, scritto ai giorni nostri che ripercorre gli anni della guerra agli occhi di un bimbo, snodandosi anche in un passato “più recente” dove prende atto della sua missione.

Le sue ferite invisibili, più profonde, quelle che hanno segnato la sua intera esistenza, leggere di quel bimbo che cercava nell’altro suo simile un briciolo di compassione, anche se solo e semplice pena, è stato devastante.

Leggere la sua affermazione ti lascia il sapore amaro in bocca “Mi chiamavo Szmulek Rozental e sono nato nel momento sbagliato, nel posto sbagliato, nel Paese sbagliato.”

Un libro che ti ruba l’anima, che vorresti solo aver il superpotere di poter tornare indietro.

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