Recensione “Destiny 2. Lo spirito della foresta” di KJ Aline

 

E se la verità che ti hanno insegnato fosse la più grande delle menzogne?
Yujin ha diciotto anni quando viene scelta come Guardiana della Foresta, colei che veglia sugli Spiriti e prega per mantenere l’equilibrio che regge il mondo. Un compito sacro e temuto, da cui dipende la sopravvivenza della foresta stessa… e di ogni creatura vivente del creato. Nessun essere umano può oltrepassarne i confini: chi osa farlo non fa ritorno.

Così narrano le leggende. Ma una notte, una voce spezza il silenzio. Una supplica disperata, proveniente dall’oscurità degli alberi, la chiama. Contro ogni regola, Yujin segue l’istinto e varca quel limite proibito. E incontra un giovane misterioso, ferito e braccato, che sembra celare verità capaci di ribaltare ogni certezza. Da quel momento, tutto ciò in cui Yujin ha sempre creduto inizia a sgretolarsi: possibile che gli Spiriti non siano ciò che le è stato raccontato? E mentre il confine fra dovere e desiderio svanisce, si ritrova trascinata in una passione proibita destinata a cambiare per sempre il corso del suo destino.

Perché l’amore può diventare la più crudele delle maledizioni. E ogni scelta può avere il potere di segnare non solo una vita… ma un’intera discendenza.

 

Da quando ho iniziato a leggere i suoi libri, ho sempre avuto la necessità di proseguire con le sue storie. Purtroppo, ho dovuto attendere per leggere il secondo volume di Destiny ma ora sono finalmente riuscita ad arrivare alla fine.

Sono soddisfatta? Sì, decisamente. Questa donna scrive davvero bene e lo fa raccontandoci storie intrecciate e complesse, costruite talmente bene che arriviamo alla fine chiedendoci come sia stato possibile non aver collegato i punti e i vari indizi durante la lettura.

Nel caso di questa serie, un passato molto remoto si intreccia con un futuro molto avanti nel tempo.

Questa è la storia di una foresta e del desiderio di una giovane ragazza di amare e di essere amata. Inconsapevole della crudeltà della natura, si lascia abbindolare.

Dove il confine tra ciò che è buono e ciò che non lo è, è molto labile, proseguiamo nella lettura credendo anche noi a quello che crede e vede Yujin. Siamo con lei nella storia, ci lasciamo ammaliare, trasportare e trasformare.

Ma quando i nodi vengono al pettine, la crudeltà la sferzerà da ogni lato, intrappolandola e costringendola a veder morire chi ama ancora e ancora e ancora.

La potenza dei suoi errori riecheggerà fino ai tempi nostri, quando uno spiraglio di luce passa leggero tra le fronde degli alberi e dona speranza.

La Aline scrive in modo da far sentire il lettore ammaliato e coccolato, lo fa entrare nella storia, gli fa credere che tutto andrà bene, poi lo prende per il cuore e lo sbatacchia a destra e manca per distruggerlo e poi ricomporlo. È stato così per ogni suo romanzo e spero continuerà così perché è ciò che mi piace dei romanzi dell’autrice.

Il ritmo non è incalzante per tutto il romanzo e ci sono stati dei momenti in cui la lettura non ha scorso come per il resto, ma ci sta, non essendo un libro adrenalinico.

È sempre interessante leggere dei rapporti familiari nei libri della Aline, dove spesso ritroviamo la figura della nonna come punto di riferimento positivo, in contrapposizione a quello con una madre scostante con cui i protagonisti hanno rapporti non sempre bellissimi.

Lo consiglio, dopo aver letto il primo volume, essenziale per comprendere le vicende di questo romanzo.

 

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