Recensione “Confesso che sono stata uccisa” di Paul Conroy

 

 

 

 

 

Marie Colvin è la reporter di guerra più famosa al mondo, sempre in prima linea e pronta a tutto pur di far bene il suo lavoro. La ferita all’occhio sinistro e la perdita della vista, a causa della quale porta una benda nera, se l’è procurata proprio così, sul campo. Quando il Sunday Times la manda in Siria senza visto, insieme al fotografo Paul Conroy, Marie capisce che si tratta di un viaggio molto pericoloso: dovranno infatti infiltrarsi tra i ribelli, nel cuore del conflitto, per raccontare al mondo gli orrori della guerra. Si ritrovano all’inferno: edifici in fiamme, artiglieria pesante, centinaia di civili morti. Un missile centra la zona dove i due sono nascosti e nell’attacco Paul viene ferito, mentre Marie resta uccisa. In questo libro, Conroy racconta la drammatica vicenda umana di Marie Colvin, una donna straordinaria, mossa dal desiderio di testimoniare in prima persona atrocità e ingiustizie, e insignita di prestigiosi premi per la sua attività giornalistica. Una storia di una profonda amicizia, nata sulle basi di una missione in comune: far sapere a tutti che cos’è davvero una guerra.

A volte i libri non devono far sognare, a volte hanno semplicemente il compito di far sapere la verità, la vera storia, anche se difficile da assimilare.

Avevo sentito tramite telegiornale la storia di Marie Colvin, ma leggere della sua storia, scritta poi da un suo amico è tutta un’altra cosa.

La guerra non è mai fatta solo di bombe e proiettili, ma anche di manipolazione dei media e di propaganda, e se vuoi conoscere la verità bisogna “vivere” la guerra. Respirare la polvere delle strade deserte, sentire gli spari nel silenzio della notte, guardare gli scheletri di edifici che un tempo erano chiamati case.

Paul ci mette a nudo le scomode verità, dando voce alle sue foto, facendo parlare le sue immagini scattate, riportando in vita Marie e il suo “senso dell’assurdo”.

“Marie era convinta che il giornalismo di guerra fosse un modo di raccontare verità scomode, di costringere i governi a giustificare la loro condotta…”

Leggere questa storia per me è stato come togliermi da davanti gli occhi delle bende e vedere il vero volto della guerra. Non di bombe o fucili, ma di persone private di dignità, di vita, di affetti e costretti a vedere solo sangue, a sentire solo urla e spari, di non vedere un semplice tramonto, e di non sapere se ci sia un domani, chiudere gli occhi per dormire e non sapere se si riapriranno.

Ho i brividi al solo pensiero.

Il reporter ci fa fare un viaggio tra le guerre civili, ci fa vedere un “Gheddafi privato del potere, spogliato della sua aura, non più re ma cadavere”, ci fa sentire “civili e ribelli armati allo stesso piano e dovevano essere trattati con la medesima brutalità”, ci fa assistere “non era una guerra. Era una carneficina”, e ci fa capire come la vita a “Baba Amr era misurata in termini di secondi, i mesi e gli anni non esistevano più da tempo”, era puro terrorismo psicologico, gli abitanti erano indotti a temere il tempo stesso.

“Abbiamo perso l’umanità qui a Baba Amr”, un attacco deliberato a donne e bambini. La scena che mi è rimasta impressa è stata: “il medico con il bisturi insanguinato, il fotografo con la macchina e il cadavere silenzioso nel messo” oppure “l’orologio a parete era fermo al momento in cui un pezzo d’acciaio rovente era volato nella stanza da letto del bambino”.

Imparare a riconoscere il suono dell’arma che avrebbe causato la tua morte, la terra che tremava e il cielo era attraversato da lampi di un bianco stroboscopico che illuminavano un paesaggio devastato, demoniaco. Avere come compagna la paura, “scese la notte e, con il buio, giunse la paura, che ci avvolse con i suoi tentacoli invisibili. Nessuno fiatava. La notte apparteneva ai cacciatori e alle prede”.

“In quei momenti la macchina funge da scudo: è una specie di schermo che non fa passare gli orrori che ho sotto gli occhi”, Grazie Paul per questo libro, grazie per aver animato le tue foto, per averci raccontato della vera guerra, della paura che ti ha accompagnato, della possibilità di “giocarti tutti i Jolly della vita”, grazie per il coraggio di vivere sulla tua pelle la guerra, grazie.

Vi lascio una frase di Marie “Ehi una storia è una storia, e questa non è ancora finita”. Addio regina cecena, una donna “armata solo di parole, trasformò le vittime anonime di una guerra lontana in persone con un volto e una vita: persone che richiedevano l’attenzione del mondo”.

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