Titolo: L’Israeliana
Autrice: Paola D’Arpino Fuser Poli
Editore: Brè Edizioni
Pagine: 226
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In carta a 17€ in tutte le librerie online e fisiche dal 1° ottobre 2025
Genere: narrativa, spy story
PRECISAZIONE: non è un testo politico, ma un avvincente romanzo noir di spionaggio, amore, azione
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Biografia
Io vengo dal futuro. Ne sono certa. Sono nata in una famiglia che per estensione, complicazioni e integralismo mi ha dato il mio bel da fare. Ho viaggiato assai, troppo giovane in paesi troppo vecchi. Una vita al contrario. Disegno e scrivo. Osservo soprattutto perché mi aiuta a spostare l’attenzione su altro. Ho un principio di autismo mai diagnosticato, irreversibile e meravigliosamente propulsivo.
Io sono Paola, io sono d’io.

Alle prime luci dell’alba un corpo galleggia sulle acque salate del Mar Morto, in Israele. Un anno prima, a Parigi, un uomo d’affari libanese, usciva dal Ritz con incatenata al polso la sua valigetta nera; a Napoli, Fernando scrittore svogliato, che vive la vita come i personaggi dei suoi romanzi, sorseggia vino bianco di fronte al mare di Posillipo aspettando Bar, l’amica israeliana dai profondi e sensuali occhi verdi, esperta di strategia e intelligence internazionale, cresciuta come un soldato, abilissima a capire chi le sta di fronte, veloce e cinica nel prendere decisioni. Bar, è nei guai, in pericolosi e fottutissimi guai. Perché sta scappando? Nella redazione del New York Times, Julia, una famosa reporter, sbatte urlando in faccia al direttore la copia del quotidiano, mentre a Londra, Sarah, una critica d’arte, lesbica, gioca nervosamente con la pallina d’acciaio infilata nella lingua dopo una telefonata inaspettata che la eccita. Su una panchina al centro di Alexanderplatz, Vicky, ascolta e annota impaziente delle registrazioni vocali su di un telefono non suo. Sulla 57esima, nella Royal Suite del Four Seasons, Fadi, il giovane e ricchissimo principe saudita, viene rapito da una notizia: il ritrovamento dell’ultimo quadro dipinto da Leonardo da Vinci, il Salvator Mundi. Cosa hanno in comune tutti questi personaggi? In una intrigante vicenda internazionale, che vede coinvolti il mondo dell’arte, i media, la spudorata ricchezza del mondo arabo e l’abilità strategica del Mossad, nulla è ciò che sembra.
Estratto
“Mai dire alle persone quello che non devono sapere”.
Bar lo sapeva bene, era la base di ogni cosa, le fondamenta: le persone che non sanno le cose è perché non meritano di saperle e se chiedono, è perché non sanno, quindi bisogna tacere.
Era un concetto legato alla fiducia.
La fiducia, proprio quella fottutissima parola, così semplice da pronunciare ma così difficile da elargire.
Bar lo aveva sperimentato sulla sua pelle. Ancora oggi ne portava le cicatrici, una in particolare sulla nuca. Le attraversava il collo in modo irregolare, da un capo all’altro, i punti di sutura messi senza alcuna cura da una sorta di macellaio autorizzato, l’avevano fatta diventare come un sentiero di montagna accidentato.
Il Macellaio l’aveva disinfettata e stordita con la vodka. Lei aveva provato una sorta di piacere in quell’operazione cinica, mentre stava per terra, in ginocchio di fronte a lui, su un pavimento di pietra duro come la sua pazienza.
Pazienza che le aveva permesso di sopportare tanto, ma non tutto, nella sua vita.
Quella vodka, che dopo anni dall’accaduto, riusciva a bere solo con Vicky.
Vicky Cox era dannatamente bella e feroce nel pensiero e nei fatti. Aveva un’intelligenza veloce. Una linea strategica mentale unica, condita con la malizia di chi non per errore ma per punizione, avrebbe messo il marito e l’amante nella stessa stanza all’insaputa l’uno dell’altro.
Vicky rappresentava la fiducia per Bar.
Si erano conosciute e riconosciute a Berlino. Vichy ci viveva e Bar era in missione in quella città che tanto amava: tutte le città con i muri che separavano forzatamente l’umanità le piacevano, l’idea di scavalcarli le sembrava l’unica cosa che era in grado di fare, così come superare montagne, scappare da inseguimenti, confondersi con la gente e osservare.
Alexanderplatz, quel giorno era stranamente vivida, nonostante Berlino avesse sempre conservato quell’alone di austerità condita da una trasgressione senza limite.
Vicky stava attraversando la strada con la falcata che la contraddistingueva da sempre, le fossette marcate sulle guance le sottolineavano un sorriso perfetto al limite del fastidioso. Un caschetto corto nero le incorniciava il viso mettendo in evidenza con la lunga frangia gli occhi affamati di vita.
Bar stava uscendo dal maestoso portone del palazzo di fronte quando gli occhi di entrambe si incrociarono, come in un duello.
Vicky per vivere traduceva parole. Esperta linguista, amava inventare strani ritornelli che una volta pronunciati creavano incantesimi, a detta sua.
Ne era talmente convita che sarebbe stata in grado di persuadere anche il più ferreo monogamo, a disconoscere momentaneamente la moglie, lanciandosi in torbidi intrecci amorosi di gruppo con estranei, giustificandoli poi come una terapia necessaria all’elevazione spirituale della coppia.
Bar aveva bisogno di prove per capire se avesse mai potuto consegnare a qualcuno i suoi più intimi pensieri, le sue scabrose intuizioni e i microscopici segreti che tanto più piccoli erano, tanto più male facevano.
Era come avere tanti minuscoli spilli infilati sotto pelle che collaborando tra di loro, come in una staffetta, infliggevano un dolore sordo, costante e continuo.
La famiglia di Bar era un caos totale, o meglio quel che ne rimaneva. Era cresciuta con l’educazione ferrea della madre, e l’invito alla spensieratezza creativa del padre.
Poi il Mossad.
Come cazzo avrebbe potuto fidarsi di qualcuno?
Al Samowar, noto ristorante russo di Berlino, circondate da una collezione di miriade di matrioske colorate, Bar e Vicky, stavano pasteggiando a base di vodka con un brodetto tanto piccante quanto inquietante, per quegli strani pezzi di pesce che galleggiavano al suo interno: sembravano nuotare in una palude, facendosi spazio tra frammenti di verdura colorata e strani semi di dubbia provenienza. Erano caldi ed emanavano un odore di casa.
“Al terzo bicchiere di Beluga, si innesca nel cervello quel sottile desiderio di esplodere: parlare, toccare, leccare, amare e parlare ancora”, disse l’israeliana mentre con il dito indice non riusciva a smettere di strofinare la carpa di metallo inchiodata sul collo della bottiglia di Beluga. Forse era il vero motivo per cui amava quella vodka in particolare: ci poteva giocare.
A New York, sul terrazzo della Royal Suite del Four Seasons, Fadi stava pensando la stessa cosa.
Quella carpa lo ossessionava da sempre: il rumore fastidioso che produceva l’unghia sul quel pesce di metallo gli procurava in realtà uno strano senso di tranquillità. Chi è sottoposto a una tortura fisica, in un primo istante prova un dolore straziante. Con il passare del tempo il corpo si abitua a quel tormento, la mente cerca di proteggerlo e arriva la fase dell’abbandono e della pace.
Fadi Mohammed ci viveva in quella suite da oltre un anno. Giovane principe saudita, cresciuto con un’educazione europea, era un uomo di una bellezza sorprendente: i tratti del suo viso sembravano abilmente scolpiti da un maestro fiorentino. I lunghi capelli corvini, raccolti in un codino improvvisato, gli conferivano quell’aria di chi tutto si può permettere.
Abile uomo d’affari internazionale, trascorreva la vita intrecciando trattative milionarie, con viaggi da sogno, party esclusivi e tutto ciò che il potere del denaro poteva comprare.
Ma l’unica vera debolezza che lo contraddistingueva era l’ossessione per l’arte. Un’ossessione al limite della psicosi. Una sorta di perversione estetica, da cui non riusciva a sottrarsi anche dopo anni di ipnosi e agopuntura. Ogni ago che gli veniva conficcato nella pelle, come atto curativo, in realtà nella sua testa si trasformava in una costellazione, una sorta di sentiero luminoso disseminato di opere d’arte, che gli avrebbe indicato la via per trovare l’ambito tesoro.
In particolare aveva una fissazione maniacale per il maestro Leonardo da Vinci, a tal punto da trasformarsi in una ricerca patologica di tutte le sue opere sul mercato e dell’unica donna che incarnasse l’emblematico sorriso di Monna Lisa, per farla sua per sempre sarebbe arrivato a ucciderla e imbalsamarla pur di poterla ammirare in continuazione.
E fu proprio quel giorno, a New York, sul terrazzo della sua Suite, mentre il suo sguardo si perdeva nella folla sottostante che gremiva Central Park, come in un quadro di Pollock, dove tanti puntini colorati in preda a un atto di schizofrenia si muovevano incrociandosi tra di loro in modo casuale, che arrivò la notizia.
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