Segnalazione di uscita “Il kamikaze di cellophane” di Ferdinando Salamino

 

 

 

 

Cosa può trasformare un ragazzino mite e amante dei libri in un killer implacabile?

Cresciuto all’ombra di un padre violento, umiliato dai compagni di scuola e rinchiuso per quasi tre anni in un ospedale psichiatrico, Michele Sabella è sopravvissuto aggrappandosi all’amore per Elena, una paziente anoressica conosciuta in istituto.

Quando Elena tenta il suicidio, Michele decide di dare la caccia al carnefice silenzioso che la sta spingendo oltre la soglia della follia.

Per farlo, dovrà liberare i propri “demoni di cellophane” e abbandonarsi alla violenza dalla quale era sempre fuggito.

Genere

Un noir psicologico che accompagna il lettore al confine tra bene e male, vendetta e perdono, sanità mentale e follia.

Se nessuno può essere assolto, ha davvero senso condannare?

Ferdinando è nato nel 1971. La sua vita si divide tra Milano, dove è nato, e il Regno Unito, dove esercita come psicoterapeuta e insegna Psicologia all’Università di Northampton.

“Il Kamikaze di Cellophane” è il suo primo romanzo.

Per quelli come me arriva sempre il giorno. Quello in cui uccidi o ti fai ammazzare, o entrambe le cose.

Perché alla fine è tutta una questione di impulsi, capite?

Di impulsi e di controllo.

Prendete due bambini in una sera d’estate, una di quelle dove l’aria è una colata di pece sulla pelle e l’unico rumore è lo sfrigolio degli insetti giustiziati dalle zanzariere elettriche. Due bambini come tanti, sui sette anni, vestiti con una canottiera a righe orizzontali e un paio di pantaloncini di spugna. Due bambini punti da un pappataci nella canicola di agosto. Immaginateli piagnucolare per il prurito, correre dalla mamma, sedersi sulle sue ginocchia. Pensate a questa mamma che sorride, estrae la pomata dalla borsa di vimini e la spalma con cura sul braccino.

Non grattarti, tesoro. Tra due minuti passa”.

Bacio sulla fronte. Carezza sulla testa.

Il bambino numero 1 getta un’occhiata al braccio. Gli prude da morire, ma non vuole disobbedire e dare una delusione alla mamma. Stringe i denti, chiude gli occhi. Comincia a pensare alla squadra del cuore, all’album delle figurine, al cartone animato preferito. Due minuti dopo, tre al massimo, non sente più fastidio. La pomata ha fatto effetto, come aveva promesso sua madre.

Il bambino numero 2 non riesce a staccare gli occhi dal braccio. Cerca di pensare ad altro ma non ci riesce. Il prurito è un chiodo arrugginito piantato nella testa. Nessuno al mondo, a parte lui, può sapere quanto pruda quel piccolo punto rosso.

Si gratta.

Pianta le unghie sporche di sabbia nella pelle e le trascina avanti e indietro come un aratro, seminando sangue. Il prurito diventa bruciore, il bruciore si trasforma in capriccio, il capriccio genera la punizione.

Questi due piccoli esseri umani non possono saperlo, ma i loro destini hanno svoltato per sempre in direzioni opposte.

Il bambino 1 impara che c’è una soluzione per ogni cosa e ci sono persone che ne sanno più di te, desiderose di aiutarti; che con una strategia efficace e un po’ di sacrificio qualunque risultato è raggiungibile. Non avrà problemi a rispettare le gerarchie e fare gioco di squadra. Uno così lo vogliono tutti. Potete predirgli un futuro da architetto, medico, ingegnere.

Il bambino 2 non tollera la frustrazione. Ha la pelle sottile e una mente che si lascia sopraffare dai sensi. Che destino può avere, questo squinternato? Delinquente, malato psichiatrico. Artista, magari. Uno di quelli che fanno un sacco di soldi, da morti.

Impulsi e controllo. Base e altezza. L’area delle possibilità di un essere umano si misura in questo modo.

Devo confessarvelo, se qualcosa prude io mi gratto. Sempre.

Perché ve lo racconto?

Perché sto per fare qualcosa di molto, molto impulsivo.

Non avevo mai ucciso prima di stanotte e, se non stessi per morire io stesso, credo lo farei ancora, per la magia dell’istante conclusivo, quando capisci di aver esaurito i trucchi, bruciato l’ultima carta.

Smetti di lottare e ti senti pervadere da una strana calma, a volte persino euforia.

Ti spegni in un fiorire di luci abbaglianti, cori di angeli e persone amate che chiamano il tuo nome e tendono la mano.

Non c’è niente di mistico, sapete? Niente di spirituale. Il cervello realizza che non c’è più nulla da fare e produce beta-endorfine per prepararti alla resa. Muori annegato nelle tue stesse droghe, convinto che tutto andrà per il meglio, mentre la verità è che andrà e basta.

Allucinazioni misericordiose, inganni neurochimici.

Ce ne andiamo con le palpebre socchiuse e una parola di perdono sulle labbra, per fare bella figura in quel Paradiso dove crediamo di essere attesi; oppure guardando il cielo, per portare con noi la bellezza del mondo.

Accettiamo di essere vittime e lasciamo questo mondo con occhi languidi, acquosi.

Quasi tutti noi.

L’uomo di fronte a me appartiene a una razza diversa. Quelli come lui non si arrendono, non cercano la pace, né la concedono.

Diventano fantasmi, pronti a perseguitarti per sempre.

Lo capisco da come mi fissa, immobile, l’odio distillato nelle iridi. Le storie di spettri e case infestate nascono da occhi come i suoi.

Se lo sguardo terminale di un uomo è il codice a barre che lo identifica nel supermercato dell’esistenza, lui e io apparteniamo allo stesso scaffale. Siamo entrambi troppo corrotti, sporchi e frantumati per sperare in qualche amnistia, nell’aldilà.

L’unica differenza, tra noi, è che io sono il tizio con il rasoio in mano, lui quello con lo straccio in bocca e il nastro da imballaggio attorno ai polsi e alle caviglie. Ammetterete che non si tratta di un dettaglio trascurabile.

Sono certo che in questo momento stia maledicendo la propria passione per le cose antiche, come il letto su cui è sdraiato.

Una maestosa, indistruttibile struttura in ottone, esaltata dagli alti e pesanti pomelli disposti sui quattro angoli, ai quali l’ho legato. Le cose che possediamo, alla fine, ci possiedono, lo sentite dire spesso, vero? Nel suo caso è solo un po’ più letterale. Sono tentato di spiegarglielo, ma mi pare indelicato, considerate le circostanze.

Pratico un’altra incisione, appena sotto il capezzolo sinistro, e resto a osservare quasi ipnotizzato il brillio scuro del sangue nella penombra della stanza. L’urlo del prigioniero si estingue nella stoffa umida che gli ho ficcato in gola, ma gli occhi mi fissano ancora, senza tregua.

Quando la polizia ci troverà, accatastati uno sull’altro in una pozza di sangue, il contenuto di questa notte verrà catalogato come omicidio senza movente, il classico gesto di un tipo 2 che non ha saputo contenere i propri istinti.

Non credeteci. Niente è senza movente. Si tratta solo di guardare abbastanza lontano, scavare abbastanza a fondo.

Se avrete la pazienza di farlo, vi accorgerete che non vi era altra strada, per nessuno di noi, se non quella che ci ha condotti fino qui.

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