Recensione “Un uomo a terra” di Eros Chiappin

 

Un bosco. Una tempesta in atto. Un container abbandonato. Un uomo, a terra, che cerca riparo. Sclak… Ben Norton scopre di essere intrappolato dentro la putrescente cassa metallica e non ha nessuno a cui chiedere aiuto. Nessuno sarebbe andato a cercarlo, perché nessuno, se fosse sparito, se ne sarebbe accorto. Inizia così a esplorare le tenebre, fuori e dentro di lui, per riacquistare l’agognata libertà.

 

Il racconto vuole essere cupo, introspettivo. Vuole far sì che il lettore rifletta sulla vita e sulle scelte, sull’amore per gli altri e per se stessi, su come possiamo agire in conseguenza a cose che sono fuori dal nostro controllo. 

In poche pagine, Eros Chiappin ci butta nel fango, ci fa rotolare per sporcarci tutti, poi ci lava e ci asciuga, ma facendo sì che quel fango resti un ricordo costante, una nuova consapevolezza di sé e di dove potremmo restare se non continuiamo a combattere anche per quello che ci sembra una cosa stupida e semplice come vivere. Accettare e percepire il mondo per le sue peculiarità e stranezze, ecco cosa ci spinge a fare.

All’autore piace proprio la parola “putrescente”, visto quante volte è stata inserita in questo testo. Capisco voler dare quell’idea di fondo, ma forse è stata un po’ troppo ripetuta…

Cupo, sporco, pesante, ma a volte serve uno schiaffo per riprendersi e ricominciare.

 

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