Recensione “Traduzioni Violate” di Marisa Rituccia Tumia

 

 

TRADUZIONI VIOLATE è un romanzo che fa pensare, uno spiraglio sulla società di un piccolo borgo della Sicilia, dove la protagonista racconta la sua vita e quella dei suoi familiari e conoscenti, prima con gli occhi di bambina e poi di adulta, trasmettendo le consuetudini e gli usi, non sempre condivisi, ai quali una “fimmina” deve adeguarsi nel suo percorso di vita. È un romanzo “vero” che vi farà sorridere, riflettere e commuovervi, dove vi sentirete parte di questo mondo apparentemente lontano ma incredibilmente attuale.

 

Un romanzo aspro, denso, di liberazione più che di denuncia.
Una storia autobiografica che potrebbe essere la voce di una donna di un qualunque paese del sud, di tutta Italia, di tutto il mondo. Perché ancora oggi ogni donna deve guardarsi le spalle, proteggere la sua reputazione, difendersi dalla brutalità delle molestie soprattutto, come in questo romanzo, da parte di una persona insospettabile.

Se cercate un romanzo d’evasione, che vi faccia sognare, non è questo il libro per voi, Traduzioni violate vi trasporta nella realtà della vita di un paesino fiorito della Sicilia. Una realtà di qualche anno fa, ma che rimane ancora nelle ossa delle persone, non si cancella.

Quel “non si fa” perché “non sta bene”, chi non se lo è mai sentito dire? Una bambina che all’asilo vuole proteggersi dagli sguardi indiscreti lanciati sotto la gonnellina, ma che i pantaloni non può portarli in quanto femmina, altrimenti “cosa potrebbe pensare la gente?”.

Ogni parola di Marisa è stata una picconata allo stomaco, l’evidenza di ogni cosa che ci è stata proibita e limitata in quanto femmine, almeno quando eravamo piccole noi.

Addentrandosi nel romanzo ci si rende conto che quello che l’autrice ha voluto fare è una raccolta di pensieri, considerazioni sulla sua vita, con l’asprezza e la ritrosia di chi ha innalzato uno scudo a protezione, una coperta pesante e soffocante che mi ha schiacciato facendomi sentire il suo disagio, la sua impotenza.
Un’esperienza strana perché io e l’autrice siamo quasi coetanee e ho rivissuto i suoi stessi ricordi, ma ambientati in una dimensione diversa, sud verso nord, borgo verso metropoli, la giovinezza che mi sarebbe spettata se i miei nonni non si fossero trasferiti a Milano…

Il romanzo strutturato come raccolta di pensieri e avvenimenti non rientra fra i tipi di narrazione che preferisco, l’esposizione spesso si perde in considerazioni parallele che appesantiscono il filo del racconto. L’autobiografia di una persona comune rischia di risultare piatta, soprattutto quella di una ragazza che ha continuato a proclamarsi timida, poco incline ai contatti con la gente, una donna che ha vissuto la sua esistenza quasi interamente dentro il suo paesino, la personalità tarpata dalla mentalità antica della sua terra.

Se devo essere sincera al 100%, sono combattuta su come giudicarlo, come dicevo mi ha fatto fare un viaggio nel tempo con le canzoni, i programmi tv e gli avvenimenti, d’altra parte ho fatto fatica a stare dietro a ragionamenti un po’ contorti. Il suo modo di scrivere pare quasi un’altra lingua, così ricca di aggettivi e superlativi, barocca, mi sentirei di dire…

Probabilmente è un mio limite per cui, nonostante le traduzioni dal dialetto di cui ringrazio, non comprendo certi meccanismi e modi di dire tipici di quei luoghi.

Ringrazio comunque l’autrice per avermi dato l’opportunità di sbirciare nella sua vita aprendomi le finestre su un mondo così diverso dal mio.

 

Anna

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