Recensione “Sotto il cielo di Gaza. Luce e tenebra di una terra contesa” di Mario Grasso

 

“Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. I palestinesi di pietre ne hanno scagliate tante contro soldati e carri armati israeliani. Ma sono senza peccato? Durante l’ultimo viaggio del giornalista Vanni Lopez in Terrasanta per una missione sollecitata dal nunzio apostolico di Gerusalemme, si verifica un’inaspettata incursione di Hamas – che comporta morti e sequestri di persona – cui segue una feroce risposta armata israeliana che fa registrare oltre ventimila morti e la distruzione di Gaza. Sahida e Noor, con l’aiuto di Elisa, volontaria italiana dell’ONU, si ritrovano uniti nel tentativo di contribuire a creare le condizioni per una convivenza pacifica tra i due popoli. Dal loro impegno emerge che nessuno è senza colpa: il marcio è nei rapporti internazionali, nel governo israeliano e nei suoi servizi segreti, in Hamas e nell’Autorità palestinese, nella sharia, nel Talmud, nel maschilismo arabo e anche nella Chiesa di Roma. È questa la cornice della romantica e tragica storia dei giovani Shady e Shimon, una musulmana palestinese e un ebreo israeliano.

 

Un’attenta lettura e una forte tenacia costituiscono gli ingredienti che possono consentire al lettore di apprezzare il testo. 

Trattasi di romanzo, sì storico, ma anche sorprendentemente realistico-sociale. La narrazione proposta, infatti, si concentra sulla rappresentazione oggettiva della realtà, in particolare su specifici ambienti sociali, intrecciando, tuttavia, gli eventi realmente accaduti con elementi di finzione. 

La copertina del libro…. i colori caldi che catturano lo sguardo… sono già il preludio all’esposizione che ha come sfondo l’incessante dissidio tra israeliani e palestinesi. L’autore non lesina in dettagli cruenti su vite prematuramente spezzate, sulla sofferenza, sugli orrori della guerra, sul terrorismo… Spazia, poi, sugli equipaggiamenti militari impiegati da entrambe le parti, sulla descrizione dei luoghi, degli usi della gente e dei loro costumi. Di supporto, a tal fine, la traduzione degli esotismi fornita nel glossario che correda il testo. 

Non mancano riferimenti agli aspetti politici del conflitto, né le critiche all’occidente – in particolare agli Stati Uniti – alla Chiesa Cattolica, alle organizzazioni internazionali. 

Non si tratta, comunque, di un saggio. Lo scrittore, come su citato, utilizza elementi immaginari atti a rendere più appassionante la lettura: l’attività di spionaggio che coinvolge i coprotagonisti, all’insaputa l’uno degli altri, finché non si giunge all’inferno. Termine utilizzato dall’autore per il titolo  del paragrafo dedicato alla descrizione dell’eccidio a Kalya (spiaggia sulle rive del Mar Morto) in cui  cadono vittime “l’agente dello Shin Bet Shimon Levin ed una coppia di jhiadisti, fratello e sorella (Azhar e Shady), appartenenti alla colonna palestinese di stato islamico” (fonte: quotidiano  israeliano, citato a pag. 218 del libro). 

Tragica, quindi, la fine della romantica storia tra i due giovani – Shimon e Shady – forse a testimonianza dell’impossibilità di un negoziato tra le due parti. 

Su questa riflessione sembra che l’autore ci voglia condurre alla luce delle “tappe del conflitto” riportate a piè del testo con epilogo che, tuttavia, risulta aperto. Plurime, infatti, le notizie sul Medio Oriente che capeggiano sui media. 

Lodevole il modo in cui lo scrittore ci accompagna verso la comprensione della sanguinosa realtà così terribilmente attuale. 

Da sottolineare anche le svolte improvvise nella trama che ci sorprende e cambia la nostra  percezione degli eventi e dei personaggi.

 

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