Recensione “Senza far rumore” di Mauro Sperandio

 

 

 

 

 

Un ragazzo, quasi un uomo. Un romanzo, il successo e all’improvviso il vuoto. Un’eclettica e seducente New York accoglie Adam, un giovane scrittore alle prese con l’inaspettata e imbarazzante celebrità. L’insostenibile compito di tornare a scrivere di lei, la protagonista del suo romanzo, che Adam vorrebbe proteggere ma dalla quale, proprio lui, non riesce a liberarsi. Sei giorni, un appartamento nel Village e una serie di bizzarri personaggi che entrano con violenza nella vita del ragazzo. Sei giorni durante i quali, Adam ripercorre la sua infanzia vissuta sottovoce, senza far rumore, nel rassicurante anonimato della provincia americana, nell’ombra di una misteriosa bambina e di un padre ingombrante. Sei giorni in cui il suo pesante passato lo costringerà a fare i conti con il presente.

Tutti vogliamo attraversare la vita con passo rumoroso.

Vorremmo lasciare un segno, sogniamo grandi slanci.

Ma alla fine tutto il nostro mondo mentale cosi agile, cosi ricco, non si manifesta nella nostra realtà di ogni giorno.

E passiamo attraverso questa nostra esistenza senza far rumore.

Troppo presi delle nostre paure, delle nostre frustrazioni, da quei problemi che lungi dallo spronarci, divengono massi enormi che ostacolano il cammino. Sollevarli non è facile, non è da tutti.

Molto meglio rifugiarsi in un mondo di sogno, fino a diventare cosi evanescenti, fantasmi cosi lievi, cosi invisibili.

La vita del protagonista, il buon Antonio, è semplicemente una vita scolorita.

Lui cammina, si muove, sogna, legge, ma non esiste.

In realtà prima del dramma finale non esiste quasi nessuno dei protagonisti. Troppo chiusi in se, nelle insoddisfazioni, in nodi irrisolti per poter solamente pensare una vita diversa da quella di comparsa.

Mai protagonisti.

Se è vero che spesso la vita vera si realizza negli angoli del mondo, dell’esistenza quotidiana, si sviluppa nelle periferie, in questo caso è una non vita. Non esistono angoli ma semplici nascondigli sotterranei. Lì in quella coltre di neve, congelati in un attimo che non vuole vedersi fuggire, in un sogno che per paura di esser perso si cristallizza. In questo caso i libri, i veri protagonisti del meraviglioso testo di Castiglione, sono solo voci lontane, non più rappresentazioni delle infinite possibilità umane.

Non sono solo immagini lontane e quasi invidiate di grandi gesta, di dolori indicibili, di colori brillanti anche quando essi hanno l’odore ferroso del sangue. Per pagine e pagine, con una strana malia si atrofizza il senso del movimento. Eppure è un qualcosa che rassicura e conquista, seducendo il lettore.

La noia, la ripetizione quotidiana di gesti rassicuranti ha lo stesso sapore antico del ventre materno, li dove eravamo possibilità e mai azione concreta.

Nascere in fondo è questo: affrontare la sfida della perdita, del male. Rischiare la morte dell’anima con il dolore che ferisce, ma con la consapevolezza che poi la ferita diviene semplice cicatrice che provoca l’orgoglio del sopravvissuto. Di chi è passato indenne tra le tempeste della vita. In un primo tempo non si può non essere ammaliati dalla noia.

E la sensazione di sicurezza, di protezione, lontano dal male, dall’orrore, dalla sofferenza.

Un bozzolo fatto di apparente serenità.

Eppure qualcosa non quadra.

Siamo persone e una parte beffarda di noi pungola.

Stuzzica, si ribella.

E l’inquietudine serpeggia.

Perché vedete, per quanto la sicurezza e l’ordine ci possa sembrare un miraggio, senza cadere, senza disordine, senza caos non la si apprezza.

L’uomo deve poter osare, deve poter per un giorno solo, per un attimo, sentirsi aquila.

E rischiare.

Senza il rischio la vita non è vita.

Non è esistenza.

Non siamo uomini né persone.

Siamo solo prototipi di idee.

Apparenza, ombre.

Ecco che d’improvviso Castiglione fa precipitare la rassicurante quotidianità nell’abisso. E l’abisso ci seduce a sua volta, rendendo incomprensibile il nostro passare senza far rumore.

Fatelo il rumore.

Urlate, osate, combattete.

Fatevi male.

Vivete.

Perché soltanto con il coraggio della responsabilità, il coraggio che deriva dal movimento inizia la vita.

La vita inizia con un urlo di rabbia o di dolore. Un vagito che fa rumore.

Noi iniziamo davvero a essere nel rischio costante che il percorso umano porta con se. Diventiamo uomini o donne solo quando l’abisso ci sorride. E noi sorridiamo a lui. Sapendo che solo incontrandolo, sfiorandolo, e facendoci preda, potremmo davvero scegliere di combatterlo.

Senza male, senza la scelta di dire no, noi non siamo che pallide imitazioni di esseri viventi.

Respiriamo.

Ma non viviamo.

Ecco che la storia, con la sua carica distruttiva, dona qualcosa che non avremmo mai avuto nel nostro tram tram quotidiano: la sensazione che stavolta il passo pesante con cui calpesteremo questo sentiero momentaneo, quell’impronta la lascerà.

Stavolta davvero e per sempre.

Accattivante, seducente e poetico, un libro capolavoro che non si dimentica facilmente.

Ma che resta impresso a fuoco dentro di noi.

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