Recensione “Ogni prigione è un’isola” di Daria Bignardi

 

Libro vincitore del Premio Rapallo BPER Banca 2024 – Sezione costume e saggistica

«So come vanno le cose col carcere» scrive, «il carcere lo odiano tutti. Alcuni amano il carcere degli altri, per così dire»: parlarne è un gesto inevitabilmente politico, perché rivolgendo lo sguardo al carcere lo si rivolge al cuore della società, ma questo è anche e prima di tutto un libro personale, in cui ogni cosa – ritratti, riflessioni, cronaca, ricordi – è cucita assieme dalla scrittura limpida e coinvolgente di Daria Bignardi.

“Il carcere è come la giungla amazzonica, come un paese in guerra, un’isola remota, un luogo estremo dove la sopravvivenza è la priorità e i sentimenti primari sono nitidi”: forse è per questo che, da narratrice attratta dai luoghi dove “l’uomo è illuminato a giorno”, Daria Bignardi trent’anni fa è entrata per la prima volta in un carcere. Da allora le prigioni non ha mai smesso di frequentarle: ha collaborato con il giornale di San Vittore, portato in tv le sue conversazioni coi carcerati, accompagnato sua figlia di tre mesi in parlatorio a conoscere il nonno recluso, è rimasta in contatto con molti detenuti ed è tuttora un “articolo 78”, autorizzata cioè a collaborare alle attività culturali che si svolgono in carcere. Ha incontrato ladri, rapinatori, spacciatori, mafiosi, terroristi e assassini, parlato con agenti di polizia penitenziaria, giudici, direttori di istituto. Per scrivere di quel mondo si è ritirata per mesi su un’isola piccolissima: Linosa. Ma il carcere l’ha inseguita anche lì. E gli incontri e la vita sull’isola sono entrati in dialogo profondo con le storie viste e ascoltate in carcere. Bignardi ci racconta il suo viaggio nell’isolamento e nelle prigioni, anche interiori, con la voce unica con cui da sempre riesce a trasportarci al centro delle esperienze, partendo da sé, mettendosi in gioco, così come ha fatto la mattina del 9 marzo 2020 in un video girato di fronte a San Vittore, mentre alcuni detenuti salivano sul tetto unendosi alle rivolte che stavano scoppiando in molte carceri italiane. In seguito a quegli eventi sarebbero morte tredici persone recluse.

 

 

Argomenti fin troppo sopiti… non ci riguardano, come scritto nel capitolo “sono innocente”: “a me  non potrebbe mai capitare”.  

Ora basta!  

Il carcere è una realtà… ci si approccia, la si comprende, la si vive. Mi viene in mente una frase, ancorché letta in un altro ambiente forse anch’esso un’isola: “valgo, lotto, vinco, vivo, m….m…m…!!  Sti c…!!”.

È l’approccio giusto? Lo ignoro, so solo che Bignardi, con questo testo, ci consente di approdare su questo arcipelago fatto di paure, disgrazie, verità poco note perché taciute o nascoste, ma anche di coraggio, voglia di emergere, di rilasciare testimonianze. Ad alcune è stato dato un nome in libri scritti da carcerati o da persone che sembra questa realtà l’abbiano vissuta e poi lasciata alle spalle ma, come detto da Pino Cantatore, ex ergastolano, “se sei stato un carcerato una volta  lo rimani per sempre”.  

Nel libro non mancano i riferimenti geografici né richiami storici. L’autrice non lesina su citazioni concrete. Lei quella vita l’ha vissuta, scrive “io ero lì il 9 marzo 2020 in un video girato davanti a  San Vittore mentre alcuni detenuti salivano sul tetto urlando libertà”.  

Parole che in me lasciano un segno quando le ascolto per la prima volta dall’autrice in occasione del premio Rapallo 2024.  

Quella sera all’Excelsior, la Bignardi cita gli incontri con ladri, rapinatori, mafiosi, terroristi ma anche agenti di polizia penitenziaria, giudici, direttori di istituto.  

È grazie alla loro collaborazione che nasce questo saggio, questo collage di immagini che, con determinazione, paiono voler uscire da queste pagine, da questa carta che le intrappola per prendere vita davanti ai nostri occhi.  

Saggio che giunge a termine nonostante si legga testualmente che la scrittrice l’abbia “iniziato e interrotto molte volte perché qualcosa dentro di lei faceva resistenza”

 

Anna

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