Recensione “Non chiedermi mai perché” di Lucrezia Scali

 

 

 

 

 

 

È la vigilia di Natale e Ottavia si gode uno dei periodi dell’anno che preferisce. Anche suo figlio è al settimo cielo: col nasino all’insù osserva i fiocchi di neve che imbiancano i tetti delle case. I biscotti allo zenzero sono ancora caldi, riempiono del loro profumo l’auto carica di regali, una musica allegra accompagna Ottavia, Mattia e Stefano mentre si mettono in viaggio verso la casa dei nonni. Quasi abbagliati dalla felicità, si accorgono troppo tardi della macchina davanti a loro… Ottavia si sveglia in un letto d’ospedale e capisce subito che qualcosa è cambiato: lo vede negli occhi e nella voce della madre, negli sguardi dei medici. Fuori continua a nevicare, come se la soffice coltre bianca volesse coprire ogni cosa, ma il ricordo di Mattia e Stefano è e sarà troppo vivo per potere essere dimenticato… È possibile trovare il modo per non annegare nel dolore? Si può trovare la forza, dopo aver toccato il fondo, per riscrivere il proprio destino?

Ho scelto questo libro dal titolo senza aver letto la trama o altre recensioni.

Non sapevo di cosa parlasse eppure il titolo ha richiamato la mia attenzione forse quella parola “perché” nel titolo, “Non chiedermi mai perché” poteva nascondere qualunque cosa.

La storia è narrata in prima persona da Ottavia, è la sua storia. La narrazione del suo sogno divenuto realtà, un amore da favola assoluto eterno, sognava un matrimonio entro i trent’anni, dei figli, un camino e la famiglia riunita la vigilia di Natale.

Aveva realizzato il suo sogno così presto che non aveva altro a cui pensare, viveva giornalmente la sua perfezione.

Ma la perfezione non esiste e qualche ingranaggio imperfetto prima o poi farà la sua apparizione.

A volte si vive di sogni da realizzare, di desideri visti nelle stelle e lasciati in una notte d’estate. Ma anche le stelle cadono dal cielo per realizzare un desiderio… anche i sogni vengono realizzati dalla bacchetta magica della fata Smemorina.

E cosa c’è di più bello di vedere il sogno divenire realtà? Cosa c’è di più bello se il sogno è la vita. La tua vita.

Si dice che le battaglie più dure vengono affidate ai migliori soldati. Ecco forse è quello che il Creatore del destino aveva scelto per Ottavia. Aveva fatto in modo di realizzare il suo sogno per poi strapparlo improvvisamente la vigilia di Natale, in quella magica atmosfera fatta di luci e canzoni, di regali sotto l’albero, di candida neve.

Si pensa sempre che ci sia un disegno divino, che qualcuno si diverta con le vite di noi poveri mortali scrivendo storie strappalacrime, amori impossibili, fiabe, favole e il per sempre felici e contenti ma poi salti su una giostra chiamata vita.

Ottavia si risveglia con due pezzi mancanti in un letto d’ospedale. Si risveglia vedova e una madre a metà. Perché secondo voi come si può definire una madre che seppellisce un figlio? Una madre resta madre per sempre, sei stata la sua casa per nove mesi, sei stata la sua musica con il battito del tuo cuore. E allora come può definirsi una madre senza il suo bimbo?

Tante domande che affollano la poca lucidità di Ottavia. Perché è successo a lei, e non ad altri? Perchè si apprezzano i gesti semplici solo quando tutto è così complicato da affrontare?

Si ritrova ad elemosinare un amore invisibile, di vedere nel buio, di sentire nel silenzio, di addormentarsi nei singhiozzi. Sostituire l’amore quotidiano fatto di compromessi, risate, caos, baci, gemiti, grida, manine sporche, il tonfo della sacca degli allenamenti con il ricordo. Sentire “l’odore della paura”. Ed è un odore acre, fastidioso.

Cerca quei capelli scompigliati sul cuscino, i giocattoli sparsi nella casa, si rispecchia in uno specchio che prima vedeva i loro baci, sente l’odore del dopobarba, o dei pancakes… cerca quegli occhi blu mare, quel suo cielo senza nuvole.

Li ritroverà mai? Riuscirà ad immergersi nuovamente in quel mare?

Come si fa a pensare ad un futuro quando hai un passato così felice e un presente fatto di ricordi? “Se solo avessi saputo, avrei respirato più a lungo quei momenti, per non lasciarli evaporare così in fretta”. Adesso è solo un “carillon rotto” messo in un angolo della cantina.

Eppure dicono che in fondo al tunnel c’è la luce, c’è sempre la luce. Che dopo un acquazzone arriva sempre l’arcobaleno e se poi ti ritrovi a contare quei colori immaginando quelle manine paffute e quel sorriso luminoso, e capisci che non ci sarà mai fine al dolore perché “il dolore è l’unica cosa che non si può sommare”.

“la mia testa era come uno di quegli orologi che non resistono sott’acqua e i cui meccanismi si bloccano all’improvviso” era vuota… “Sono vuota, perché le uniche due cose che riuscivo a fare meglio, la moglie e la madre, non posso farle più”.

Leggendo le 311 pagine ho pianto su 309 di esse. Come mai due in meno? la prima pagina perché dovevo capire che cosa era successo alla ragazza sul letto d’ospedale e l’ultima quella della play list, non perché non sentissi le canzoni scritte dall’autrice, ma perché avevo già la melodia che mi accompagna alla chiusura del libro: la melodia del cuore. Ho pianto anche nei ringraziamenti, in quella frase “a te nonna perché quando ti ho chiesto “mi vuoi bene?” Tu mi hai risposto tanto. La mia mano è ancora nella tua per sempre.”

Quindi immaginate se mi sia piaciuto il libro.

Amore e dolore, stesse lettere finali ed un unico comune denominatore coraggio.

Ottavia troverà in quell’amore vissuto, negli occhi di Stefano e nel sorriso di Mattia il coraggio di andare avanti e non lasciarsi trascinare nel fondo. Troverà nel dolore l’appiglio per risalire.

Perché anche nel dolore ci vuole il coraggio di saper soffrire, coraggio di andare avanti di allacciarsi le scarpe anche quando vorresti stare sul divano scalza, di mettere un rossetto per firmare semplicemente un sorriso, invece vorresti le lacrime come suggello di un contratto eterno.

E’ un inno alla vita, alla speranza. Un percorso fatto di dolore, di lacrime, di amore.

La Scali hai saputo scrivere di un sogno, della sua fine, dell’immortalità dei sentimenti, della ricerca della felicità, di pace, di angoscia, di ricordi. Di passato, di presente e di futuro.

Racconta di voglia di vivere il dolore e non solo sopravvivere. Voglia di “aprire gli occhi e spalancare la bocca, per dar sfogo alla meraviglia quando è troppa da contenere”. Voglia di trovare ancora quegli occhi blu in grado di proteggerti.

Ho vissuto la storia di Ottavia e Stefano tramite i flashback della protagonista, quel loro primo bacio, quel sorriso luminoso, la sua positività, la proposta di matrimonio … ho immaginato i colori del bouquet, ho sentito i dolori del parto e la fragilità di diventare genitori.

Ho riso tra le lacrime a quelle piccole bugie di un autista che fa sbagliare la fermata ad una ragazza, e di una ragazza che ha trascorso ore sui tram per trovare quell’autista. Ho riso tra i singhiozzi per quel “contrattempo” incontrato per caso. Ho pianto quando ho letto la frase “oggi ti lascio andare, amore mio”. Era arrivato il momento di trovare “un posto adatto a noi dove i ti amo possono volare leggeri”.

E’ uno di quei libri che vorresti tenere nella tua biblioteca privata, dove perdi qualche battito del tuo cuore.

Rammento una frase di una canzone della Pausini “lascio le mie paure ad un soffio di vento”. Questo secondo me ha racchiuso il libro; la paura di un futuro incerto e con un cuore a metà e la forza del vento. Perché il vento racchiude in sé la forza distruttrice di un uragano e la vita stessa, portando, come le api, il polline di molti fiori per creare vita.

In molti libri si scrive ottimi dialoghi, perfetta fisionomia dei personaggi e descrizione minuziosa degli ambienti.

La Scali qui ha superato se stessa ha creato un Favola su un monologo, una descrizione così dettagliata dell’ambiente, solo che questa volta l’ambiente circostante non erano montagne, laghi, montagne innevate, vallate verdi ma semplicemente il cuore… cinque lettere: dimora dei sentimenti, la parte più intima dell’animo umano… L’ha descritto così bene che tra le pagine vedevo pulsare i battiti, le parole sembravano scorrere come sangue nelle vene, e i protagonisti rimanere eterni come l’anima.

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