Recensione “Le nostre ore felici” di Ji-young Gong

Dopo aver tentato il suicidio per tre volte, Mun Yujong, giovane professoressa universitaria, accetta l’invito della zia, Suor Monica, di accompagnarla nelle visite a un detenuto rinchiuso nel braccio della morte, sperando che questo incontro possa in qualche modo spingerla a vivere. L’uomo, Chong Yunsu, ha alle spalle un’infanzia tormentata: dopo il suicidio del padre e l’abbandono della madre, cresce in un orfanotrofio e poi per la strada, fino a quando, coinvolto nell’omicidio di tre donne, viene condannato. È attraverso un piccolo taccuino che tiene in cella che conosciamo il suo passato: ricordi di una voce dapprima sconosciuta che a poco a poco assume il volto dell’uomo in cui Mun Yujong si perderà. Anche lei, pur provenendo da un famiglia agiata, è prigioniera di eventi traumatici mai superati. Con grande scetticismo, accetterà di incontrarlo ogni giovedì dalle 10 alle 13, per un mese: diventeranno le loro ore felici. Uno davanti all’altra, ed entrambi di fronte alla morte, le loro anime si apriranno lenendo ferite profonde e scoprendo quell’intimità e quella comprensione che la vita non ha concesso loro. Solo così Mun Yujong ritroverà una motivazione per vivere, riconciliandosi con quella rigida educazione cristiana cui si era ribellata con tutta se stessa; solo così riconoscerà la forza dell’amore e del perdono, abbracciando la colpa di Chong Yunsu, altrimenti destinata a non trovare mai pace.

Ho “incontrato” Ji Young Gong per caso, è stata la prima autrice asiatica che abbia letto, e sono molto soddisfatta del mio battesimo. Il suo interesse per il sociale ha suscitato subito la mia ammirazione, rinforzata dall’attenzione verso realtà isolate, discriminate, spesso semplicemente trascurate, sia dalla classe dirigente arrivista che dalla popolazione tanto presuntuosa quanto ignorante (nel senso più basilare del termine, ossia “che non conosce una determinata materia”).

Informarsi oggi non è complicato: chi vuole può scoprire di tutto (o quasi), chi non vuole trova una scusa, se ne disinteressa e prosegue per la sua strada… Finché non legge un libro di Ji Young Gong, o di altri autori impegnati come lei.

La maggior parte delle persone, infatti – e con rammarico includo anche me stessa – dimentica con estrema facilità che quella che vive è una vita in qualche modo privilegiata, nonostante tutte le difficoltà che quotidianamente si incontrano, e che ci sono realtà nettamente più misere.

Mun Yujong è una di queste, ma per lei l’epifania non arriva sotto forma di opera letteraria.

Giovane professoressa dal passato traumatico, in rotta con la famiglia di cui si sente la famigerata pecora nera, fallisce a soli trent’anni il suo terzo tentativo di suicidio, scatenando la reazione della vecchia zia, suor Monica, l’unica parente che le sia sempre stata vicina, incapace di assistere ancora passivamente a quelle che forse sono più richieste d’aiuto, seppur inconsapevoli, di una persona che può ancora trovare un motivo per voler vivere.

Messa di fronte a un aut aut – sottoporsi a delle cure psichiatriche o accompagnare la zia nelle sue visite ai detenuti della casa circondariale di Seoul, Yujong accetta di incontrare Chong Yunsu, condannato a morte per l’omicidio di tre donne e lo stupro di una di queste, minorenne.

Inizia così il percorso di redenzione della protagonista, dell’assassino e, se è disposto ad accettarlo, anche del lettore.

Non sono mai stata in Corea, ma credo che leggere libri come questo sia un buon modo per iniziare a conoscere in maniera realistica, tralasciando gli aspetti turistici, la vita di un Paese. In questo caso vengono presentati temi delicati e dibattuti non solo a Seoul (primo tra tutti la pena capitale), ma l’evoluzione della vicenda, i cenni storici e le informazioni riferite sono una testimonianza diretta della realtà in cui l’autrice si è immersa in prima persona per poter presentare un racconto autentico della società coreana della fine degli anni Novanta.

A questo proposito, ho trovato gli accenni alla storia dell’ex Presidente Kim Dae Jung davvero sorprendenti, e sono felice di aver letto il libro anche perché mi ha spronato ad approfondire un argomento sul quale non ero affatto informata.

Quando inizio un nuovo libro impiego sempre qualche capitolo prima di trasferirmi dalla mia stanza al luogo in cui è ambientato, e con questo mi è successo lo stesso.

Ma dal momento in cui ho iniziato a collegare i pezzi, ho capito come sarebbe finita la storia e, per quanto la mia parte sognatrice non smettesse di sperare, quella più realista e dominante non aveva dubbi sulla conclusione del romanzo (anche se per un secondo ho immaginato un epilogo ancora più tragico, che sono felice di non aver visto realizzato).

Questa consapevolezza non ha tolto nulla alla vivida emozione che Ji Young Gong è riuscita a imprimere in ogni capitolo e non ha attenuato il magone che ho provato leggendo l’ultima pagina. Proprio come nella vita reale, non importa quanto tu pensi di essere preparato, la morte ti annienta sempre.

Intuire il finale, quindi, non rovina nulla, perché la forza del libro non è nella trama. Per quanto questa non sia scontata e si dimostri più volte capace di incantare il lettore costringendolo a voltare pagine su pagine senza potersi fermare neppure al termine del capitolo, complice un espediente abbastanza diffuso e sempre efficace, se usato consapevolmente: l’alternarsi di due “punti di vista”, entrambi in prima persona e quindi straordinariamente incisivi, che raccontano in parallelo due storie destinate a incrociarsi.

Ecco, terminato il punto di vista femminile, più lungo e dettagliato, mi dicevo di avere ancora qualche minuto per leggere quello maschile, più conciso e diretto, che però si concludeva sempre in modo brusco, e allora sentivo l’esigenza di continuare per sapere cosa succedesse dopo quel momento ricco di angoscia.

Si innescava così un circolo vizioso (o virtuoso, a seconda dell’interpretazione) che mi portava avanti e indietro nel tempo, facendomi immergere prima nella quotidianità di Yujong e poi nelle memorie di Yunsu.

Nessuno dei loro pensieri viene censurato, entrambi raccontano la propria storia in modo diretto, senza inutili perifrasi che li facciano apparire migliori, senza cercare di giustificare le loro mancanze, con uno stile simile ma che l’autrice ha voluto in parte (e giustamente) differenziare e che per me è risultato ipnotico soprattutto nel caso del giovane condannato (nonostante qualche refuso nella traduzione).

Come dicevo, la vera forza del libro sta nei temi trattati e nelle considerazione che seguono, nelle riflessioni della protagonista e in quelle che le sue parole evocano nella mente del lettore. Se citassi tutte le frasi che mi sono appuntata, tutti i passaggi che mi hanno imposto di interrompere la lettura per analizzare meglio il concetto espresso e interrogarmi al riguardo, non mi rimarrebbe spazio per altro, ma voglio comunque riportarne alcune:

“Non esiste un solo essere umano che abbia deciso di diventare malvagio per sua scelta.

Ne sono più che certo!”

dice lo zio di Yujong in uno dei dialoghi che più ho apprezzato, e sento di condividere questo pensiero. Anzi, ho bisogno che sia vero, perché non credo di poter sopportare la consapevolezza del contrario. Se si accetta questa verità, però, si deve poi riflettere sul sistema di rieducazione in cui inserire questi esseri umani “malvagi”; ma credo sia ancora più importante preoccuparsi di intervenire a monte, di prevenire questa deplorevole involuzione, che non giova a nessuno.

“Capii in quella occasione, per la prima volta, che la colpa, analogamente alle parole dette, non va più via”.

La colpa e il perdono sono temi centrali, soprattutto il secondo. Tutti lo cercano, per se stessi o per concederlo ad altri (che poi non è che un modo per dare sollievo alla propria anima), ma vi lascio la curiosità di scoprire se riusciranno ad arrivare a quel punto.

Suor Monica entra nelle carceri per portare sollievo a dei condannati, persone che si sono macchiate dei peggiori crimini e che molti non ritengono degne di nulla, tantomeno di compassione e perdono. Eppure lei continua imperterrita e trascina Yujong sulla stessa strada, restituendole qualcosa che aveva perso, o forse non aveva mai avuto.

Questa sua cieca fede nell’umanità ha scatenato un conflitto dentro di me che confesso essere ancora in atto e da cui spero di uscire un po’ più simile a lei.

Al di là dell’effettiva colpevolezza del detenuto, che raramente è certa oltre ogni dubbio (altro tema portante del libro), quale diritto abbiamo di punire un assassinio con un altro omicidio?

Chi sbaglia deve pagare, nessuno lo nega, ma lo Stato, nell’interesse dei cittadini, non dovrebbe limitarsi alle “esecuzioni”, perché “Neanche le persone cattive hanno pensieri negativi per tutta la giornata”, ed eliminarle non compenserà il male che hanno provocato, ma forse investire sulla loro rieducazione potrebbe produrre del bene, un giorno.

Inoltre, con quale superbia attribuiamo totalmente quelle azioni efferate alla persona che giace in cella, senza considerare tutto ciò che l’ha condotta in quel luogo, limitandoci a punire qualcuno che in una visione estrema della situazione potrebbe essere considerato egli stesso una vittima, come se questo fosse sufficiente a impedire che la tragedia si ripeta?

Yujong – e io con lei – ha meditato a lungo sul tema, e credo che chiunque apra il libro non possa esimersi dal ponderare questo dilemma etico.

Non ho vissuto delle ore felici leggendo questo romanzo.

Sono state ore intense, vivissime, ma non propriamente “felici”.

Eppure non mi sono pentita neanche per un secondo di avere investito così il mio tempo, e non scambierei quelle ore con la stessa quantità di minuti trascorsi a fare qualcosa che amo.

 

firma Claudia

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