Recensione “L’anima di cartavetro: Quando c’è un carnefice, c’è sempre una vittima” di Stefania Filippin

 

 

 

Beatrice e Giacomo. Babi e Giagi, due nomignoli che solo gli amici più veri possono condividere. E loro sono uniti da un’amicizia speciale. I due adolescenti iniziano a guardarsi intorno, a frequentare altri giovani. Nascono gli amori, le infatuazioni e le nuove scoperte. Mondi da esplorare che allontanano le persone, troppo impegnate alla ricerca della felicità. Le prime emozioni fanno affiorare in Beatrice il passato, atroce, da dimenticare e soprattutto da tenere nascosto. E, insieme al tempo trascorso, l’immagine dolce di un amico: Giacomo. Cosa farà ora? E il pensiero di lui torna, prepotente e incalzante. Il destino decide di riunirli e si ritrovano mano nella mano, sempre pronti ad aiutarsi, disponibili l’uno per l’altra. Beatrice crede nel sogno, nella favola della quale si sente protagonista. Ma non sempre i sogni e le favole hanno la fine che vorremmo. Una rincorsa, un’intera vita dedicata a qualcosa che non esiste. La determinazione si trasforma in pazienza per arrivare poi a diventare rassegnazione e consapevolezza. Perché la violenza psicologica perpetrata da un narcisista perverso non lascia scampo: ti annienta. Un’autobiografia dolorosa.

Che bello fare un salto indietro nel tempo insieme alla protagonista, ai bei tempi spensierati dell’adolescenza! Peccato che proprio spensierati non lo fossero, e leggendo questo romanzo mi sono tornate alla mente tante situazioni che mi hanno incrinato il bel ricordo che la mia mente aveva costruito.
Mi sono trovata abbastanza affine a Bea, soprattutto per il fatto di aver vissuto delle relazioni tossiche. Quegli amori che cerchi di convincerti che prima o poi andranno bene “se solo riuscissi a …” E qui intervengono quelle violenze psicologiche che si perpetrano o si subiscono, perché ancora non si ha ben in mente che le persone non devono per forza stravolgere la loro natura per essere affini a noi, tanto meno noi dobbiamo rinunciare a chi siamo, ai nostri sogni, per poter essere la fidanzata/moglie perfetta.
Sono quelle fasi dell’adolescenza dalle quali, si spera, se ne esce rafforzati, dalle quali abbiamo tratto un insegnamento per la gestione delle nostre relazioni future. Ma qui Bea non si limita all’adolescenza, continua anche in età adulta ad infilarsi in relazioni non appaganti sotto vari aspetti, compie quell’annullamento psicologico su se stessa pur di non restare sola.
È una situazione molto fragile che va trattata con delicatezza, è facile criticare le scelte fatte dalla protagonista, ma solo chi le ha vissute può capire che, mentre ci sei invischiata, sei ostaggio di un carnefice che fa a brandelli il tuo amor proprio, e tu ci credi di essere quella persona inetta che il suo specchio riflette.
È un romanzo corposo, oltre 600 pagine, ma si legge molto piacevolmente: si soffre con la protagonista, si spera lei possa rimediare alla situazione, spesso si ha voglia di prenderla per le spalle e scrollarla , aiutata dalla voce narrante, la Bea di oggi.
Ma gli sberloni per la sua mania di essere sempre trasparente, di dover confessare ogni minimo misfatto, no, quelli glieli darei con grande piacere. Perché nella vita qualche volta bisogna saper anche tacere…

Intenso, drammatico, autobiografico, non facile avere il coraggio di ammettere pubblicamente gli errori commessi nella vita. In questo ringrazio l’autrice e, spero, possa essere di aiuto ad aprire gli occhi di tante donne che si trovano azzerate in una relazione tossica.

 

firma Anna

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