Recensione “La paziente del reparto 9” di Naomi Williams

 

Laura è una donna senza più ricordi. Non sa chi è. Ma potrebbe sapere chi sei tu.
Laura Winters non sa come abbia perso la memoria, né perché sia stata trovata sola e coperta di sangue. Un sangue che non è il suo. Ora è rinchiusa in un centro psichiatrico di massima sicurezza. Non c’è un corpo, non ci sono testimoni: tutto dipende da me, l’unica psicologa con cui accetta di parlare. Ho sei giorni di tempo per guadagnarmi la sua fiducia, capire cosa si nasconde dietro i suoi ricordi frammentati e, soprattutto, rimettere insieme i pezzi di ciò che è accaduto. Tra le pieghe dei racconti di una vita perfetta e di un fidanzato senza difetti, comincio a intravedere una verità più oscura. E, mentre ascolto la sua storia, emergono inquietanti somiglianze con la mia. L’uomo che Laura descrive assomiglia in modo sorprendente a mio marito. Sto entrando nella mente di una vittima, di una testimone… o di un’assassina?

 

Son partita con un ballo propiziatorio, che secondo me gli dei del thriller vanno ringraziati a dovere quando ti trovi un libro con un titolo simile tra le mani. Avendo adorato La paziente silenziosa, ogni volta che ho un’altra “paziente” tra le mani sono convinta che l’intreccio mi sbudellerà la testa e che la soluzione mi sarà consegnata solo dopo l’ultima pagina, come un puzzle allucinogeno di cui vedi il disegno solo mezz’ora dopo che l’hai finito.
Le premesse sembrano solide: una tal Laura viene trovata sporca di sangue in casa sua, anzi, si fa trovare lei, con un prologo narrato in prima persona. Poi scopri, saltando al POV della psicoterapeuta, che Laura ha espressamente voluto lei per rimetterle a posto la testa in seguito alla perdita memoria. Zero. Vuoto. Era in casa sporca di sangue, c’era sangue a fiumi, non era il suo, e, adorabile dettaglio, era sola.
Nessun cadavere, nessun ferito, nessuno di nessun genere. Quindi, chi è Laura? Una vittima, un’assassina (di chi, tra l’altro?) o una testimone? La psicoterapeuta londinese Emma, specializzata in abusi sulle donne, ha sei giorni di tempo per riportare a galla la memoria di Laura e, quindi, i fatti che hanno portato la storia al suo inizio. E qui, bam, mi son partiti i succhi gastrici.
Partiamo? Partiamo. Emma, la psicoterapeuta, si trova già al reparto 9 dell’ospedale psichiatrico in cui incontrerà Laura e, rimuginando sul perché questa particolare paziente abbia richiesto proprio lei, ci fa capire due cose fondamentali: la prima è che i POV si alterneranno, affiancando i pensieri di paziente e psicoterapeuta in modo discontinuo, all’occorrenza, senza seguire il cambio di capitoli; la seconda è che anche Laura è una psicologa, che Emma ha combinato qualcosa (che non abbiamo ancora il diritto di sapere) che ha offuscato il luccichio della sua reputazione.

Stiamo quindi per leggere una storia raccontata da due donne che sono fuori come due ambasciate (termine psichiatrico) e che si smezzano (pur non equamente) il controllo dei capitoli e le piccole, lente, incessanti rivelazioni sul loro privato. Sì, sul privato di entrambe: psicoterapeuta traumatizzata e paziente psicologa.

Il dubbio che siano state loro, insieme, mano nella mano coi traumi personali, a montar su il mistero, ti viene abbastanza naturale.
Soprattutto quando la supervisora della struttura psichiatrica avverte Emma che non potrà avere contatti con il suo, di supervisore, che internet è bloccato per questioni di sicurezza, che potrebbero esserci dei problemi di programmazione con badge e chiavi magnetiche, e che il suo cellulare…

Beh a quel punto mi sono partiti i titoli di testa di Shutter Island!

A tal proposito mi permetto di fare un appello agli scrittori di thriller: io capisco che il mondo è un posto difficile, per Dio, e che qualche trauma da gestire ce l’abbiamo tutti… ma sapete che ci sono, PER L’APPUNTO, degli psicoterapeuti bravissimi, sì? E che non dovete per forza ricorrere a personaggi infradiciati di traumi per scrivere un giallo, un thriller o un horror? Può capitare che qualcuno sia felice e spensierato e, toh, si ritrova un cadavere in giardino? EH? No, perché la nostra cara psicoterapeuta Emma ci ricorda OGNI TRE RIGHE la sua famiglia disfunzionale e l’irraggiungibile marito.

Se vi piacciono i thriller: avanti marsch! Di quelli in cui le vicende si susseguono a una velocità sostenuta (perché si investiga e si cerca di tendere verso un punto risolutivo), ma vi avverto: al primo quarto di questo libro, starete sacramentando come un camionista all’orario di punta.
Ed è proprio in quel momento, quando stai per chiamare l’autrice per chiederle se puoi far arrivare un’altra psicologa, che inizi a capire che sono tutti un po’ fuori posto, come un quadro inclinato sulla parete. Che i continui controtransfert, le similitudini, la palla da demolizione che imperversa sull’edificio adiacente, persino la temperatura delle stanze perennemente sbagliata per eccesso o difetto ti stanno legando sempre più alla loro storia, ti costringono a eruttare ipotesi e accelerare la lettura per vedere come andrà a finire. Ma soprattutto perché cerchi il personaggio che ponga la fatidica domanda, ovvero: ma qualcuno, con la polizia, ci ha parlato?? Che so, ha recuperato i parenti stretti della rinchiusa, per vedere se non son morti loro?

Per la prima volta nella mia carriera di lettrice, sto turpiloquiando, ma non riesco a smettere di leggere.
Se la scrittrice aveva questo, in mente, quando scriveva questa storia, le stelle da assegnare sono 5 superior. Sono sincera, se avete letto un buon numero di thriller psicologici, la soluzione vi galleggia in testa a metà della storia, ed è quella giusta. E forse, ancora una volta, la cosa è studiata e voluta, perché il tuo ruolo di lettrice è quello di capire quanto sia facile, per una donna, cadere vittima di abusi psicologici da parte di un uomo. E soprattutto perché un thriller non è mai, mai, mai finito fino all’ultima pagina…

 

Anna

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