Recensione “La moglie olandese” di Ellen Keith

 

 

 

 

 

Amsterdam, 1943. Mentre i tulipani sbocciano, i nazisti si stringono intorno alla città. Quando gli ultimi barlumi di resistenza sono spazzati via, Marijke de Graaf e suo marito vengono arrestati e deportati in due diversi campi di concentramento in Germania. Marijke si trova davanti a una scelta terribile: andare incontro a una morte lenta nel campo di lavoro oppure, nella speranza di sopravvivere, unirsi al bordello del campo. Dall’altra parte del filo spinato, l’ufficiale delle SS Karl Müller spera di essere all’altezza delle aspettative di gloria di suo padre. L’incontro con Marijke, però, cambia il suo destino. Buenos Aires, 1977. È in corso la “guerra sporca” argentina, una repressione violenta di tutti i dissidenti al regime. Luciano Wagner si trova in una cella senza sapere se uscirà mai di prigione. Dall’Olanda alla Germania, fino all’Argentina, la storia di tre persone che condividono un segreto sta per intrecciarsi all’ombra di due dei regimi più terribili di tutta la storia moderna.

 

Una lettura abbastanza impegnativa, dove due epoche si sovrappongono, tre protagonisti legati tra di loro da un filo sottilissimo, tre storie apparentemente distanti, tre storie con sentimenti nascosti, segreti che non verranno mai svelati, e una guerra che fa da scenografia.

1943 Marijke, giovane moglie olandese, viene arrestata assieme al marito Theo dalla Gestapo, per propaganda ribelle e progettazione di una Radio, deportati in uno dei campi di concentramento della Polonia, verranno divisi e adibiti ai rudi lavori dei campi.

“Graziata” a vita di prostituta dei prigionieri politici, conoscerà Karl Muller, ufficiale delle SS che si innamorerà di lei e allontanerà con tutti i mezzi a sua disposizione il fantasma del marito Theodor.

1977: la guerra sporca in Argentina colpirà lo studente in giornalismo Luciano Wagner, subirà le più atroci torture del tempo, solo per aver sfruttato il suo diritto alla parola, torture di cui il mondo intero è all’oscuro, che il mondo intero crederà finite con la chiusura dei campi di concentramento nel lontano 1945.

Tre vite intrecciate, tre vite che riportano i fatti realmente accaduti, tre vite che seppur inventate dalla stessa autrice, sono ben delineate e ben piazzate nella storia, soffrirai per loro, per gli avvenimenti storici che subiranno, per le torture delle epoche, per le scelte forzate, per il corso che prenderanno.

Decisioni che a distanza di tempo, troveranno le giuste-sbagliate risposte, seguiranno il giusto-sbagliato destino, che porteranno alla giusta-sbagliata risoluzione e fine.

Ho letto con il magone alla gola, le pagine volano via portando anche un pezzo di cuore, la razionalità viene a mancare di fronte a quelle ingiustizie, eppure tutto porta ad una fine, a quell’epilogo non proprio scontato, che la storia stessa ti porta ad elaborare, e leggerlo farà tacere quell’animo sofferente.

Non è facile scrivere e a sua volta leggere di repressioni politiche e delle torture che ne derivano, ma l’autrice con la sua prosa romanzata ti lascia viaggiare, seppur con un bagaglio carico e pesante di emozioni contrastanti, in un viaggio nella storia, per conoscere sentimenti e segreti di tre persone legate e coinvolte nel grande disegno della vita.

Emozionante e cruento, vero e reale, storico e surreale, un libro che ti lascia il segno e una malinconia sconosciuta.

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