Recensione in anteprima “Fai un bel respiro – L’ultimo ballo” di Daniele Grillo

 

Avviene tutto in una notte, ma che notte. La città è un universo caotico e distratto, il pronto soccorso un pianeta che non dorme mai, popolato da un incrocio di vite casuale. Il cuore di questo microcosmo è Federica, anziana ballerina senza più un palco, senza un amore, una famiglia. Ma non del tutto sola. C’è l’infermiere Denis che rinuncia al meritato riposo per appagare un ultimo desiderio. C’è Charlie, misterioso senzatetto. Nives, angelo custode di un segreto impronunciabile. C’è il dottor Biglia che ne ha viste troppe ma non molla. In una sola notte, in tre sole stanze, si coagulano umanità diverse mosse da paure e necessità. Vite frenetiche o sospese, incapaci di che spesso le cose cambiano soltanto se facciamo qualcosa per farle cambiare.

 

Li riconosci subito quei libri che “valgono”: ti si accostano all’orecchio con un sussurro discreto, illudendoti di essere solo un po’ migliori di quelli che hai già letto, ma alzandosi in piedi ti prendono per le spalle e ti guardano intensamente, per poi strapparti uno di quei baci che ti prosciugano il respiro…

Questo romanzo cattura immediatamente per la scrittura evocativa, poetica, che ci disegna nella mente la storia che va a raccontarci. Similitudini e metafore stemperano l’ambiente asettico, che è il palcoscenico sul quale viene rappresentata la pièce dei protagonisti.
Non ci sono lustrini, ceroni e fiori, ma neon sfarfallanti, cartoni d’asporto di pizze ormai fredde e i suoni ritmici della strumentazione medica.
I personaggi non indossano armature, non quelle convenzionali almeno, ma camici, divise e una patina d’esperienza forgiata nelle notti di turno, nei weekend dove il mondo vive altrove, estraneo al dolore che impregna ogni singolo cm di un P.S..

La protagonista non ha più le sue gambe flessuose e lo sguardo da cerbiatta, ricordi di un passato di quando il suo nome era a grandi lettere sui cartelloni dei più grandi teatri, quel Federica così inconsueto per gli inizi del secolo passato, che veniva sussurrato da un amante appassionato e tormentato.

“Parisi non è una ballerina. È la danza stessa.”

Federica è un mucchietto di ossa sotto il lenzuolo della barella, le guance scavate che risucchiano l’aria dalla mascherina per l’ossigeno, gli occhi velati, la fragilità di chi si trova in mezzo a un inferno sterile, lontana dalla sua comoda poltrona e i ricordi di una vita.

La contrapposizione di una notte dal ritmo frenetico, alle parole poetiche che descrivono la fetta d’umanità che popola il microcosmo di una notte come tante in un P.S.. Dalla ballerina che ricorda la sua vita piena di rimpianti, al senzatetto che non vuole lasciare la sala d’aspetto, l’ipocondriaco che lì è di casa, l’angelo biondo che ha tentato nuovamente di fuggire dalla vita. E dall’altra parte della barricata le ambulanze che continuano ad arrivare, il lavoro estenuante di medici, infermieri, oss e vigilanti, ognuno con la sua storia, i suoi pensieri. Attori che impersonano un balletto per salvare vite, una realtà così lontana dalla vocazione che li ha spinti a conquistare quel pezzo di carta che li ha catapultati lì. Gesti automatici, mossi dall’efficienza per non coinvolgere l’anima, il cuore che ogni tanto ti frega e associa un volto a qualcuno della vita al di fuori di quel girone infernale dantesco. L’infermiere che non vede più solo una vecchina che non passerà la notte e dalla quale non si riesce a stillare che poche gocce di sangue dalle vene inaridite, ma la nonnina dolce che non ha mai avuto; un gesto di tenerezza, una parola di incoraggiamento che distingue il freddo operatore sanitario da un essere umano e compassionevole.

La narrazione in terza persona in multi pov sonda i pensieri, sviscera considerazioni, analizza le situazioni.
La presa di coscienza dell’impoverimento del servizio offerto, certe dinamiche che rimangono, invece, immutate nel tempo, come i finti malori dei senzatetto che cercano un riparo per la notte, le aggressioni che il personale deve subire da parenti arrabbiati… e allora ci si ferma, si analizza e si prende consapevolezza. Per una persona estranea all’ambiente, il passaggio in un pronto soccorso/ospedale ricopre (almeno si spera) una percentuale abbastanza bassa rispetto all’intera vita. Quando ci arriviamo siamo sofferenti e bisognosi di attenzioni e cure, che troppo spesso vengono ritardate, il nostro egoismo prevale sul disegno totale. Vista dall’altro lato noi siamo uno dei tanti pazienti (mai nome fu più azzeccato) che sfilano uno dopo l’altro in una catena di montaggio umana.

È impensabile che le storie personali, ognuna delle nostre, possano toccare questi operatori che corrono per cercare di tamponare situazioni, aggravate dalla mancanza di personale e tagli alla sanità: è indispensabile che indossino la loro corazza per rimanere lucidi e cercare di aggiustare un corpo rotto.

“non si trattano persone, qui, si trattano corpi.”

Quello che troppo spesso noi leggiamo come mancanza di empatia, per loro è protezione e sopravvivenza, perché vivere ogni giorno della loro vita lavorativa, in un ambiente simile, deve essere dannatamente difficile.

“La medicina d’emergenza richiede risolutezza, per le gentilezze e il savoir-faire non c’è tempo”.


E nonostante questo, capita la gentilezza inattesa, una parola di conforto; ho vissuto sulla mia pelle due giorni passati in pronto soccorso in attesa di un letto, abbandonata in un corridoio sotto le luci accecanti dei neon che non permettono di riposare, fra i lamenti dei sofferenti e le urla pretenziose di altri eppure, fra la frenesia di un arrivo e l’altro, il passaggio di barelle e medici, inservienti e parenti disorientati, ho potuto avere un sorriso che cambia tutto. In questo romanzo ho trovato questa realtà, e non quella edulcorata che si vede troppo spesso nelle serie TV.

Il finale del romanzo, poi, è stato di una bellezza disarmante e struggente, i personaggi che hanno valicato le porte di quel PS, nell’attesa, hanno sfiorato le vite danneggiate di altre persone, ferite come loro nell’anima più che nel corpo. Frammenti di vetro spezzato che si sono fusi per poche ore in un mosaico bellissimo, un’esperienza che li segnerà probabilmente per sempre e suturerà quelle ferite che nemmeno i medici più bravi sono in grado di sanare.

“Certe notti sanno essere lunghe, e sanno rivelare meglio di molti giorni insipidi il reale sapore del contatto tra esseri fatti per ben altro, non solo respirare.”

 

Anna

Loading

La nostra votazione
Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *