Recensione in anteprima “Crave- Sins of St Augustine serie-Vol. lI” di Devi L. Fitzgerald

Al Saint Augustine College la perfezione è una religione, e Mia Turner ne porta il simbolo appuntato sul bavero.
Spilla dorata. Sorriso impeccabile. Appetiti sepolti vivi. È tutto ciò che sua madre le ha ordinato di essere: non occupare troppo spazio, non avere una fame che fa rumore.
Mia ha imparato a rimpicciolirsi così bene da quasi sparire.
Poi, tra gli archi gotici e le aule in penombra, arriva lui.
Ronan Kane. Chef prodigio caduto in disgrazia, esiliato da New York, le mani segnate da lame e fuoco, lo sguardo di un predatore che ha smesso di fingersi addomesticato.
È arrogante. È off-limits. È il fratello maggiore della sua migliore amica e il primo uomo che, invece di chiederle di farsi piccola, la inchioda con una sola parola davanti a tutta l’aula: sottomissione.
Quella che inizia come una guerra di nervi diventa un’ossessione che li consuma entrambi. Nelle cucine deserte, a notte fonda, Ronan la costringe a smettere di vergognarsi della propria fame. Ma ogni resa è anche una catena, ogni carezza un controllo — e dietro le mura dorate del campus una confraternita affamata di scandali aspetta solo di divorarli vivi.
Mia ha passato la vita a essere apparecchiata per gli altri.
Stavolta decide lei chi si siede a tavola.

 

Ci sono appetiti che vengono repressi solo per soddisfare le aspettative del mondo. Ma mai per sé stessi.

Non faccio segreto del fatto che ho atteso questo secondo romanzo con un’aspettativa altissima e, quando ho posato i miei occhi sulle prime righe, ecco che la mia, di fame, stava per essere finalmente soddisfatta.

Crave: brama, fame, quella che passa dal cuore allo stomaco, passando per il cervello e destabilizzandolo per bene.

Un romanzo che mette già in chiaro nei trigger warning che gli argomenti trattati sono intensi (troppo, probabilmente, per chi ha lottato contro i disturbi alimentari), ma questa storia può portare luce laddove c’è solo “la fame dell’anima”. Chiudere gli occhi davanti a un fenomeno tanto diffuso non serve a nessuno: l’ossessione per il peso, il voler far diventare trasparente al mondo il proprio corpo o, all’estremo opposto, colmarlo di cibo per tentare di chiudere quel vuoto che non se ne va mai… Non sono fissazioni, non sono capricci, non basta dire: mangia di più o smettila di ingozzarti. Quante parole sbagliate, quanti atteggiamenti giudicanti hanno creato queste insicurezze?

Mia Turner è sempre stata una bambina tenuta rinchiusa dalla madre nelle spire della sua “dittatura calorica”, nelle sue imposizioni sugli atteggiamenti, per “non essere troppo”. La giovane Mia ha assorbito questo concetto distorto, elaborandolo e cercando di tenersi lontana il più possibile dal cibo. Ma quando una passione ti ha accompagnata sin dalla più tenera età, è difficile starne lontani. Nascosta nell’angolo della dispensa di casa Kane, osservava il fratello della sua migliore amica fare pratica per diventare chef. Quel ragazzo che ha continuato a seguire sui social, vedendo la rabbia consumarlo fino a farlo allontanare dal ristorante che porta il suo nome; quell’uomo che ora si trova in cattedra al Seminario di Scrittura Gastronomica, nel percorso di studi che lei ha deciso di intraprendere, un escamotage per “possedere il cibo con le parole senza ingerire calorie”.

Ronan Kane è il “demone più arrogante della scena culinaria attuale”, una reputazione che precede il suo nome creando un’ombra oscura e inquietante sul suo prodigioso talento. Un periodo di espiazione da passare al Saint Augustine per riabilitare il suo nome, dover fare da insegnante a un manipolo di marmocchi viziati che vogliono giocare a fare i grandi chef.

Mia si fa notare subito con l’acume dei suoi interventi, e lui non potrà fare a meno di essere attratto da quella ragazza audace.

“Era… vibrante. Una pennellata di colore a olio su una tela a carboncino.”

Ma quando allinea il ricordo della ragazzina timida che lo osservava nel buio della cucina con quella donna che lo ammalia, si rende conto di essere davanti al “peggior tabù possibile. Mia Turner era off limits”. Eppure, quando l’anima è divorata dalla stessa fame, sarà difficile non provare a placarla, in modo estremo.

Non siamo sul piano della semplice attrazione fisica o di una buona intesa intellettuale: Ronan la riconosce: “era una mia pari nel dolore, conosceva la vergogna di un appetito troppo grande per essere saziato in un modo convenzionale”. Un uomo che si è costretto a “fingere di essere la macchina perfetta che loro vogliono che tu sia”, “io dominavo i miei istinti. Li isolavo, li pesavo, li cuocevo e li servivo a comando”. Un fenomeno mediatico che nessuno ha esitato a sfruttare a proprio interesse, martoriandolo a tal punto da renderlo null’altro che “l’amante egoista, il fratello assente, l’uomo terrorizzato”. Ma Mia “aveva visto proprio quell’uomo imperfetto, rotto e ammaccato dalla vita, eppure non era arretrata di un millimetro”. Anni a seguirlo, ad ammirarlo; la sua “era una fascinazione viscerale per il modo in cui lui occupava lo spazio”. Non voleva più essere solo “curve, carne e fame“, era “stanca di restare in silenzio, di fare finta di essere sazia”; voleva sedersi al tavolo, finalmente.

Ma quando un uomo ha l’inferno dentro, rimane in bilico sul desiderio di salvare chi ha accanto e quello di trascinarlo insieme a lui fra le fiamme. Questa indecisione di intenti sarà snervante per Mia: “non puoi pesarmi su una bilancia, non puoi misurare la mia consistenza, e certamente non puoi impiattarmi secondo le tue regole”. Riuscirà Ronan a placare i suoi demoni e a cercare di afferrare quella mano tesa? Forse… perché “la verità era che quando un uomo è stato a digiuno per la sua intera vita e gli si fa assaggiare l’unico cibo in grado di saziarlo davvero, non si rimetterà mai più seduto a tavola per ordinare solo un piatto vuoto”.

L’autrice, che ho amato in modo assoluto sin dal primo romanzo, ha voluto affrontare un argomento che, solo per il suo concetto, non può che risultare viscerale, chirurgico, spietato.

Inizialmente pensavo di trovarmi davanti a una protagonista sottomessa ai condizionamenti della gente, ma invece ha dimostrato di saper alzare la testa, reclamando quello che desidera, non mollando davanti alle difficoltà. Sarà una lotta per salvarsi a vicenda dal concetto del “se non esisto, nessuno può ferirmi”, e la brama che anima Mia risveglierà in lui la passione originaria che l’ha avvicinato ai fornelli: “hai una fame che fa rumore. Ed è dannatamente eccitante”, e diventerà quella la sua missione: Mia non dovrà “più svuotarsi per nessuno”.

La crudele bellezza di questo romanzo sviscera alcuni dei concetti che sono all’origine dei disturbi alimentari, servendoli su un piatto da portata affinché tutti possano comprendere. La mia filosofia di vita è sempre stata quella del “capire”: posso non condividere un’opinione, ma mi sforzo sempre di comprenderla. E in questo romanzo siamo andati oltre: non solo l’ho intesa, ma la sofferenza mi ha incisa così nel profondo da trovarmi, alla fine della lettura, senza più una struttura in grado di tenermi in piedi. Non c’era più uno scheletro a sostenermi, né muscoli a farmi muovere: solo il dolore a sovrastarmi. Una pena per procura, un tormento non mio, ma così intenso che l’ho vissuto come se fosse tale.

Quanti autori sono in grado di far provare tutto questo? Quanto talento deve esserci dietro a una capacità comunicativa tale da farti provare l’afflizione altrui come se fosse tua? Ogni autore comunica su una frequenza in grado di far vibrare l’anima di qualcun altro. Beh, Devi ha trovato la mia…

 

Anna

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