
Sabbia. Sporco. Baracche.
È questo che Malik ha davanti agli occhi ogni giorno quando si sveglia nel suo tugurio a Imbabah, quartiere povero de Il Cairo. Ed è contro tutto questo che lotta per sopravvivere.
La vita è dura per i ragazzi come lui e la fame logora la forza di volontà fino a cancellare ogni sogno, desiderio, speranza. Rimane solo il bisogno di resistere, di arrivare alla fine della giornata, di portare a casa qualcosa da mangiare. Con ogni mezzo possibile.
La prostituzione sembra l’unica, dolorosa, soluzione. Vendere il proprio corpo ogni notte, cercando di tenere in salvo il cuore per non impazzire, per rimanere integri e conservare un briciolo di dignità.
Ma tutte le sere, nel degrado di Imbabah, c’è qualcuno che torna a cercare Malik. Qualcuno che tiene a lui, nonostante le occhiaie profonde, la magrezza, le ferite invisibili.
Raja è per Malik l’unica possibilità di lasciarsi alle spalle il Quartiere e la sua povertà, per sempre. Ma allora, perché è così difficile accettare il suo aiuto, afferrare la sua mano tesa e arrendersi?
La felicità sembra irraggiungibile nelle strade polverose di Imbabah, ma Raja è determinato e disposto a tutto pur di riprendersi la persona che ama e che gli appartiene da sempre.
Perché a Imbabah se non combatti, muori. E Raja non lascerà che questo accada a Malik. Mai.

Torniamo sui nostri passi, sulla sabbia rossa che ricopre questa storia, dal suo inizio.
Dopo aver letto la scorsa estate Amir, il secondo capitolo di questa serie, ho voluto recuperare anche il primo. La prima parte di questa storia ci narra di un’amicizia nata nell’infanzia, fra la sporcizia e la povertà di uno dei quartieri più miserabili del Cairo, Imbabah.
Malik e Raja, amici nella miseria, fratelli per scelta, amanti predestinati. Raja ha alle spalle una famiglia meno miserabile delle altre, che gli ha dato gli strumenti per andarsene dal quel buco nero, un padre dispotico che ha ben pensato di allontanarlo da colui che lo ha “infettato” con la sua omosessualità. Raja se ne è andato per creare un futuro per lui e Malik, lavorando, formandosi e creando delle basi solide. Ma quell’allontanamento è stato visto dal suo amato al pari di un tradimento; senza Raja, Malik si è perso ed è sopravvissuto con qualche lavoro fra i banchi del pesce e prostituendosi la notte.
Raja torna mille volte per salvarlo, ma Malik respinge l’offerta, ogni singola volta.
Cosa lo trattiene dal rifarsi una nuova vita?
Al pari della lettura di Amir sono stata investita da così tanta disperazione da togliere il fiato, questo è un romanzo ma quante realtà esistono là fuori come questa? Ragazzi e ragazze che si ritrovano senza nulla se non il loro corpo per poter sopravvivere, realtà di miseria, sfruttamento, violenza.
“Hanno approfittato della fame, della povertà, del bisogno di restare in vita e lo hanno rimescolato con soldi sporchi, macchiati di sudore e polvere. La maledetta polvere egiziana”
Ma questi protagonisti hanno la possibilità di rifarsi una vita lontano da quell’inferno.
Raja, però, andandosene, ha portato via anche la voglia di lottare di Malik, che è disposto a tutto pur di avere qualcosa da mettere nello stomaco, non gli importa se verrà ridotto in fin di vita da clienti violenti, né di ascoltare le parole di convincimento del suo amore. Può passare una notte con lui in un letto pulito, farsi una doccia calda, indossare vestiti puliti ma poi sempre a Imbabah ritorna, perché quel poco che ha non può rischiare di perderlo.
“Perché Imbabah, per me, è un buco nero. Un buco nero che ho dentro.”
Questo primo romanzo, rispetto al secondo, è molto più corto, un embrione di quello che diventerà il secondo. Fra i due ho preferito di più Amir, probabilmente perché più lungo, dettagliato ma anche perché, in questo, la testardaggine di Malik mi ha fatto arrabbiare, pur cercando di comprenderlo.
La scrittura di Francesca trasmette emozioni, ci strappa sospiri, facendoci indignare ma anche versare lacrime.
Una storia d’amore che nasce nel fango, cresce nel dolore ma che è riuscita a mantenere la sua bellezza nonostante le mani che hanno cercato di sporcarlo.


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