Recensione “Il prigioniero di Cesare” di Massimiliano Colombo

 

 

 

Nel settembre del 46 a.C., Gaio Giulio Cesare attraversa Roma in trionfo: il generale è reduce dalla grande vittoria sui Galli. Tra le file dei suoi soldati, incatenato come una belva, avanza Vercingetorige: l’uomo che unì la Gallia contro Roma è adesso esposto al pubblico ludibrio dei suoi nemici. A trascinare il capo barbaro è il centurione Publio Sestio Baculo, l’uomo che per sei lunghi anni ha avuto il compito di vegliare su questo importante prigioniero affinché giungesse vivo al trionfo di Cesare. Non c’è romano che conosca Vercingetorige quanto Baculo. Attraverso la loro vicinanza forzata nel Carcere Mamertino, questi due nemici hanno creato un rapporto in grado di andare oltre la guerra e le divisioni che essa comporta. Adesso, durante il trionfo, capiscono che tutto ciò che hanno vissuto culmina in quel momento, e che il valore di un’amicizia nata nel fuoco della battaglia può essere più grande di quello della vita stessa.

Questo libro nasce dopo una visita dello scrittore al carcere di Mamertino, come da lui scritto nelle note da qui parte questa avventura che vede come protagonista l’amicizia indissolubile e nata nelle quattro mura di prigionia tra Publio Sestio Baculo e Vercingetorige.

Rispetto, valore, etica, questi sono i valori che si percepiscono in quelle lunghe conversazioni tra i due protagonisti.

L’inno alla guerra contro Roma “Io non vi garantisco che vinceremo, ma vi garantisco che combatterò fino all’ultimo respiro per ottenere questa vittoria” è solo un ricordo ormai, preparato e pronto per sfoggiare come trofeo di guerra Vercingetorige riepiloga il suo esordio alle armi, la sua caparbietà e la sua voglia di vittoria.

Il re degli averni che sfila in catene per le strade di Roma.

“La libertà non ci viene data, la libertà la si deve prendere e conquistare, a qualsiasi costo, anche a costo della vita. Combatterò fino all’ultimo respiro per ottenere questa vittoria.”

Non do il punteggio pieno per la miriade di refusi trovati nella lettura, la Newton ultimamente pecca in questo, e poi personaggi secondari o comparse che entrano in scena e che magicamente spariscono senza alcuna spiegazione.

ELEONORA

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