Recensione “Il bacio del Kraken” di Francesca Cani

 

Ivar Clarke non ha mai desiderato nulla che non riuscisse a prendere. Finché incontra Daphne — con i suoi occhiali storti, i suoi libri proibiti e quella testardaggine silenziosa che gli entrava sotto la pelle come un amo.
Lei sapeva tutto del piacere femminile. Lo aveva letto, studiato, annotato a margine in greco antico. Ma nessuna pagina l’aveva preparata a lui — alle sue mani sempre guantate, alla sua bocca che non chiedeva mai il permesso, al modo in cui la guardava come se fosse l’unica cosa al mondo che non riusciva a possedere davvero.
Tra loro c’è un contratto, un segreto antico cinque anni e una domanda che nessuno dei due ha ancora il coraggio di fare ad alta voce.
Fino a quando?

 

Ci sono personaggi che ti piacciono e altri che ti conquistano fin dalla prima pagina. Sono quelli capaci di far vibrare le corde più intime della nostra anima, e i protagonisti de Il bacio del Kraken appartengono senz’altro a questa categoria.

Miss Daphne Evans: come si fa a non amarla? È una giovane donna che preferirebbe una vita di studio piuttosto che piegarsi a un matrimonio combinato. Ma, suo malgrado, pur di sfuggire alle grinfie del viscido cugino Leopold, decide di affidare il proprio destino nelle mani di Lady O della Second Skin Society, una chaperon su commissione pronta a trovarle un marito adatto alle sue esigenze.

Sir Ivar Friederick Ckarke, al contrario, è un protagonista sanguigno: bello, dannato e segnato da un passato traumatico che l’ha reso orfano, strappato alla sua terra e ridotto in schiavitù. I geni per metà islandesi gli regalano quel fascino nordico e algido, quasi fosse il figlio di Odino in persona. Un diavolo che ha ribaltato la sua condizione, passando da fanciullo con il ceppo al collo a schiavista e spietato pirata. Il suo corpo porta i segni delle fiamme e l’inchiostro dei tatuaggi ne disegna le cicatrici; dentro di lui il Kraken, il mostro degli abissi, prende il sopravvento trasformandolo in una furia cieca, potente e inarrestabile proprio come quando galoppa da invincibile cavaliere.

“Ciò che era diventato in mare era la cicatrice di quei torti, non una colpa.”

È la storia dell’incontro tra il topolino di biblioteca dagli occhialini storti sul naso e il mostro degli abissi, a distanza di anni da quando lei aveva posato per la prima volta gli occhi su quel bellissimo naufrago svenuto sulla spiaggia. Tra loro si accende un’intesa immediata, fatta di un desiderio che Daphne riesce finalmente a sentire sulla propria pelle e non solo attraverso le pagine dei libri proibiti che il cugino Archie le procura di nascosto. Libri “immorali”, che il padre vorrebbe bruciare in cortile, un’unica via di fuga per immaginare una sessualità appagante, di solito così lontana dal dovere coniugale. D’altronde, Daphne è una fanciulla che gli uomini “evitavano perché sapeva leggere e poteva tener testa ai loro ragionamenti”.

In questo percorso, Ivar cercherà di riabilitare il proprio nome e vendicare le ingiustizie subite “cerco la libertà e una redenzione”, ormai “esausto della vita erratica, del mare, di se stesso”. Daphne, dal canto suo, con i pochi strumenti a disposizione di una donna del 1800, lotterà per la sua indipendenza intellettuale: “era certa di non voler essere proprietà di nessuno se non di se stessa”.

È il racconto di come una donna minuta, ma dalla personalità straordinaria, riesca a sconfiggere il Kraken per liberare l’uomo passionale che vi era tenuto prigioniero:

“Poi sei arrivata tu con i tuoi libri e i tuoi occhiali storti e la tua ferocia silenziosa.”

Un bel romanzo che si legge con piacevole interesse, scorrevole ed emozionante, che lascia nel cuore una promessa bellissima:

“Sei la ragione per cui ho smesso di leggere la vita degli altri e ho cominciato a vivere la mia.”

 

Anna

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