Recensione “I bambini di Anna” di Joanne Kormylo

 

Dal ghetto di Varsavia al campo di concentramento di Ravensbrück: la storia di una donna che ha sacrificato ogni cosa per la libertà.

Polonia, 1942. Dopo aver assistito alla distruzione della sua città, Anna Kowalski entra nella Resistenza polacca. Il suo compito è rischioso e vitale: far uscire il maggior numero possibile di bambini dal ghetto di Varsavia, attraverso i sotterranei e le fogne, per portarli in salvo. Durante una delle sue missioni, Anna incontra Johnnie Nowak, un pilota della RAF fuggito da un campo di prigionia. La sua presenza a Varsavia è pericolosa, così Anna lo aiuta a lasciare la città. Ma la sua lotta per la libertà subisce una brusca interruzione: catturata dalle SS, viene deportata nel campo di concentramento di Ravensbrück, dove l’orrore si fa ancora più profondo. Una guardiana nota come “La Bestia” si accanisce su di lei con violenza e crudeltà. Quando Anna viene trasferita in un altro campo, ritrova Johnnie. Uniti dalla speranza e dal coraggio, i due elaborano un piano di fuga che potrebbe costare loro la vita… o restituirgliela.

 

Da cittadina alla Resistenza polacca con il compito di far uscire i bambini dal ghetto di Varsavia.

Durante una delle sue missioni, Anna incontra il pilota della RAF Johnnie Novak fuggito da un campo di prigionia.

In seguito verrà catturata dalle SS e deportata nel campo di concentramento di Ravensbruck, conoscerà l’orrore con i suoi occhi, la Bestia all’opera, violenza, fame, crudeltà e un futuro che sembra non esserci più.

Anche i sogni in quel filo spinato non si alzeranno più in volo. Eppure, in quegli stenti, tra morte e fame, tra soprusi e violenze ritroverà il Johnnie e quella speranza la terrà in vita e a elaborare un piano di fuga.

Un finale non scontato, dove l’odore della libertà è ben diverso da quello della prigionia e, circondati dal male, migliaia di persone si sono ritrovate a ritagliarsi momenti di normalità, creare legami e pensare al futuro.

Un bel libro.

 

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