Recensione “Fuoco a Milano” di Juri Casati

 

 

 

 

Milano, quartiere Isola. Chiamati per un incendio in un appartamento, i vigili del fuoco scoprono all’interno il cadavere semicarbonizzato di una donna. È però ben visibile ancora un coltello piantato nella sua schiena. Tragica fatalità o tentativo maldestro di dissimulare un omicidio? A questa domanda cercheranno di rispondere l’ispettore Castelli e il consulente, Domenico Menna che dovranno districarsi tra le esigenze della squadra investigativa dei vigili del fuoco, della Scientifica e del giudice di turno in un incalzante lavoro di indagine e analisi.

Fuoco a Milano è un racconto alla Sherlock Holmes in cui si denigra, nemmeno velatamente, la burocrazia dietro alle indagini e al passaggio di informazioni tra reparti di Polizia e Magistratura: “Da qui sorgevano questioni su questioni, e dopo le questioni di trascinavano rancori su rancori, magari per anni…”.

Anche qui, come in Sherlock Holmes, è un consulente (seppur ex poliziotto) capace e molto intelligente, con un’acuta mente investigativa a svelare il mistero. Anche qui c’è un Watson che ne tesse le lodi e racconta la vicenda dall’esterno. Il narratore spiega l’avvenuto nei minimi particolari, parlando direttamente con i lettori.

Per quanto breve e molto descrittivo, il racconto è stato esaustivo ed interessante e l’autore è riuscito a tenere acceso il mio interesse.

Mi è piaciuta la nota ironica inserita nel giudizio negativo sulla polizia, perché anche se si parla di omicidio, Fuoco a Milano sembra più un racconto semi-comico.

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