
Cresciuta tra le mura protettive di un convento dopo essere stata abbandonata in fasce, Matilde ha conosciuto solo la preghiera e la dedizione, convinta che il suo destino sia prendere i voti. Tuttavia, un banale contrattempo durante un viaggio verso Loreto stravolge ogni sua certezza: rimasta accidentalmente chiusa nel bagno di un autogrill, Matilde viene dimenticata dalle consorelle, che ripartono senza di lei. A soccorrerla è Matteo, un uomo cinico e profondamente materialista, che si offre di accompagnarla a destinazione. Quello che inizia come un viaggio di fortuna si trasforma presto in un’avventura surreale, segnata da battute taglienti e imprevisti ai limiti dell’impossibile. Sotto l’influenza dell’irriverente Matteo, Matilde inizia a guardare oltre il chiostro, scoprendo dubbi e desideri mai osati prima.

Una lettura che si è rivelata scorrevole e divertente, ma che, lo dico fin da subito, presenta più di qualche criticità.
La storia parte con un cliché rivisitato in chiave decisamente bizzarra: i due protagonisti si incontrano per caso in un autogrill. Lei è rimasta chiusa in bagno a causa di una serratura difettosa. Ecco, questo è il primo punto dolente: quale autogrill ha ancora i bagni con la chiave da chiedere alla cassiera? Ma vista la sfortuna cronica della protagonista, diciamo che può aver beccato l’unica struttura d’altri tempi rimasta in Italia con questa gestione delle toilette. (Feedback dell’autrice: è successo davvero ma in una zona dell’estremo sud!)
Il “salvatore” della fanciulla in difficoltà è Matteo: un manager del settore alberghiero prestante, maturo (sicuramente più di lei), cinico e con un passato doloroso che anestetizza ubriacandosi di futilità, confondendo sistematicamente “il rumore con la vita”. Lei invece è Matilde, una novizia dimenticata dalle consorelle in mezzo all’autostrada. Ed è qui che inizia la vera avventura: Matteo, vedendola in difficoltà, non se la sente di lasciarla sola e si offre di accompagnarla a destinazione.
Tra mille disgrazie che capiteranno lungo il tragitto (e che di certo non aiutano la già non popolarissima nomea che le maldicenze attribuiscono alle spose di Dio) i due inizieranno a conoscersi, dando vita a dinamiche singolari:
“Sei una vecchietta intrappolata in un corpo da studentessa Erasmus, lo sai?” “E tu un adolescente bloccato nel corpo di un uomo che ha tutto, ma si comporta come se gli mancasse sempre qualcosa”.
Matilde è una contraddizione unica. Se da una parte snocciola a menadito frasi fatte e buoni propositi, manco fossero bigliettini dei biscotti della fortuna in “Vaticano edition”, dall’altra esprime competenze e conoscenze che una ragazza cresciuta in convento difficilmente dovrebbe possedere.
Nulla da dire, invece, sul personaggio di Matteo, che mantiene salde le sue caratteristiche per (quasi) tutto il romanzo. Anche se, a dirla tutta, certe sue imprudenze mi sono sembrate un po’ azzardate per un uomo d’affari scafato come lui: lasciare di proposito il cellulare in hotel per non essere disturbato? Spegnerlo semplicemente no, eh?
La storia è un viaggio continuo costellato da disavventure che Matilde affronta nei modi più assurdi. Un esempio? Il treno bloccato con ottomila gradi all’interno che si trasforma improvvisamente in un karaoke collettivo al ritmo di “Sarà perché ti amo”, con tutti i passeggeri felici e contenti. Nonostante questo allegro nonsense e le molte licenze poetiche che si scostano parecchio dalla realtà (per non parlare dei dialoghi di lei, a tratti abbastanza irritanti) non me la sento di bocciare del tutto il libro.
Nel corso della narrazione, infatti, si avverte una reale crescita di entrambi i protagonisti. Matilde si renderà conto che le sue scelte sono state, in fondo, “una rinuncia al mondo dettata dalla paura di non saperlo affrontare”, arrivando a una nuova consapevolezza:
“Non ho perso la mia fede lungo la strada; l’ho solo trovata in una forma diversa […] in un destinatario in carne e ossa, un tempio vivo fatto di pelle e battiti”.
Allo stesso tempo Matteo, messo a duro confronto con la virtù della novizia, affronta un percorso di trasformazione interiore che lo riporta su un binario più coscienzioso. Matilde ha saputo guardare oltre le apparenze e lo status economico dell’uomo, quello che tutte le sue compagnie occasionali avevano sfruttato per mero interesse. Lei si è innamorata di “quell’anima che si nascondeva dietro i completi sartoriali e l’arroganza di chi ha sempre avuto tutto tranne ciò che conta.”
Si nota una contrapposizione netta (forse intenzionale?) fra la scrittura della prima parte del romanzo, decisamente immatura, e quella del finale, molto più profonda. A tratti mi è sembrato quasi di avere a che fare con due autrici diverse. Le potenzialità ci sono, ma l’autrice avrebbe bisogno di affrontare in modo più strutturato la fase di ricerca che precede la stesura, evitando di lasciare al caso la verosimiglianza degli eventi e impegnandosi per ottenere una gestione più fluida dei dialoghi.
Ma ora mi fermo qui e lascio la parola alla mia collega del blog, che di scrittura se ne intende a livello professionale!




Si dice che quello tra scrittrice e lettrice (o tra scrittore e lettore e le relative variabili) sia un patto solenne, nato nella notte dei tempi per consentire alla prima di parlare del mondo e dei suoi meccanismi come meglio preferisce, attraverso umani, vampiri, alieni, animali parlanti, fatine dei denti eccetera eccetera, e alla seconda di godere di una storia che l’avrebbe portata a conoscere, viaggiare, gioire, soffrire e innamorarsi senza muovere un piede dal salotto di casa. Tale patto prende il nome di sospensione dell’incredulità, che noi in questa sede chiameremo Ti costa molto fingere che il vampiro dei denti esista, eh? Non ti dice niente la parola metafora? e Ti credo, ti seguo, metaforami tutta.
Quindi, ecco, quando mi sono ritrovata a leggere la scena di Matilde che entra in Autogrill, chiede dove sono i bagni (nonostante le indicazioni dei bagni siano al neon, in QUALSIASI Autogrill), la commessa (UNA. Una sola commessa. Dev’essere stato un Autogrill senza stelle Michelin) risponde che le deve dare la chiave (WTF? Cosa le devi dare? Spero che tu stia parlando della chiave del tuo cuore) per usare… L’UNICO bagno, beh, ho sentito crash.
Craaaashhhhhh.
La mia sospensione dell’incredulità è finita in pezzi. Anche perché (ah, che burlone, il destino) lo scorso weekend, in coincidenza dell’inizio del libro, ero a zonzo con le mie amiche e mi sono beccata anche un tour dei bagni della stazione di Verona, oltre che di quelli degli autogrill piazzati verso la nostra destinazione; ma posso assicurarvi che mi sarei ricordata che tra l’Autogrill e il peggior bar di Caracas ci sono sostanziali differenze anche senza un’ulteriore ispezione.
È lecito che pensiate che sono una puntigliosa acida pre-mestruata ragazza con un feticcio per i bagni degli Autogrill, del tipo toccatemi tutto, ma non i cessi autostradali.
Mh, no.
Sono solo una lettrice devota, che teme il rischio di smettere di credere a ogni cosa che le viene raccontata, dal momento della rottura di quel patto in poi. Che sa che inizierà a scorrere il libro solo per vedere quante righe passeranno prima del prossimo errore, quando l’autrice soprassederà sul realismo delle ambientazioni, sulla mancanza di controllo dei dettagli (per esempio, il velo di Matilde è descritto come così lungo e ingombrante da ficcarti l’immagine di una sposa con un velo di otto metri nell’occhio) e sull’aggiunta di insensatezza (una novizia, pur di 19 anni e vissuta solo in convento, che nell’anno domini del signore e della tecnologia non conosce nulla del mondo è anacronistico tanto quanto un paio di Converse tra le scarpe di Marie Antoinette) che porteranno quella a lettrice a volersi fermare. A perdersi la storia. La metafora. Le emozioni.


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