Recensione “Delitto a Villa Fedora” di Letizia Triches

 

 

 

Roma, ottobre 1992. A Villa Fedora, nel quartiere Coppedè, viene allestito il set cinematografico per un film sulla vita di Alberto Fusco, famoso scenografo e proprietario dello stabile, morto da diciotto anni. Tutti i componenti della famiglia sono coinvolti nella produzione. Nel pomeriggio di un’umida giornata autunnale, Liliana Fusco, che sin da giovane fu l’assistente di Alberto e poi ne sposò il figlio, è sola nella villa. Sono all’incirca le otto e trenta di sera quando il suo corpo viene ritrovato, massacrato con una ferocia inaudita. Alcune stanze della villa sono state messe a soqquadro, ma mancano segni di effrazione. Cosa cercava l’assassino? La casa contiene soltanto oggetti appartenuti ad Alberto Fusco. Cosa può avere spinto l’omicida ad agire a quasi vent’anni dalla sua morte? Il commissario Chantal Chiusano e l’ispettore Ettore Ferri sono chiamati a fare luce su una vicenda che si rivela ben presto oscura. Perché gli intrighi familiari sono strettamente intrecciati al destino della splendida villa nel cuore di Roma…

Bello, lo consiglio vivamente!

L’autrice ha l’ottima capacità di far entrare il lettore dentro alla storia, catturare la sua attenzione e non restituirla se non arrivati all’ultima pagina. Mi è piaciuto molto il suo modo di scrivere e ho amato il fatto che, fino alla fine, non si capisce chi sia l’assassino. Troppo spesso gli autori danno quell’indizio che si può cogliere facilmente e che svela il mistero troppo prima del tempo. Qui invece abbiamo diversi indizi ma nessuno dei quali è un dato certo per la risoluzione dell’omicidio. E quando lo scopriamo, capiamo cosa abbiamo saltato.

Bella anche la sovrapposizione della storia presente, con i pensieri dell’ex capofamiglia, Alberto Fusco, sul letto di morte, diversi anni prima.

Leggendolo, mi è sembrato di guardare un film con ottima sceneggiatura e una scenografia da paura, dialoghi intelligenti a narrazione avvincente.

Questo è un romanzo ben strutturato, con personaggi tanto diversi tra loro, ognuno con un segreto, ognuno descritto con minuzia e caratterizzato alla perfezione. Ognuno di loro da’ qualcosa in più alla storia. Ognuno di loro rende il romanzo più completo.

Ho percepito una relazione tra questo giallo e quelli di una volta, dove l’assassino era il maggiordomo. Ho percepito la stessa coralità, la stessa volontà dell’autore di svelare l’arcano e nel frattempo carpire tutt’altro.

Mi è piaciuto davvero tanto. Da apprezzare anche la femminilità della protagonista, una donna in tutto il suo splendore: carismatica, sentimentale, pragmatica, una che non lascia che l’incompreso le si metta tra i piedi, facendola inciampare, ma che prende anche quello che non capisce e lo trasforma in qualcosa di più, di diverso.

Quello che non mi è piaciuto molto è stata l’insistenza sul fattore artistico, che però è tanto amato dall’autrice. Il rapporto con il marito defunto, un pittore, un artista, sempre lì, tra i suoi pensieri, l’hanno aiutata a vedere l’enigma sotto un altro punto di vista, ma l’hanno anche sottomessa ad una pesantezza che non ho amato leggere.

firma Claudia

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