Recenione “Anime gemelle – Marcus & Jules” di Luisa Distefano

 

 

 

 

 

Jules: una donna forte e determinata, un chirurgo, ma anche moglie devota e madre amorevole. Un passato difficile l’ha fatta crescere in fretta, dandole e togliendole tanto, fino ad oggi quando la sua vita appare “perfetta”.
Marcus: un uomo brillante e sincero, ma ferito dagli affetti e tradito dalla donna che ama.
Evan: un uomo coraggioso, che vive la sua omosessualità nel silenzio e nella paura dei pregiudizi per proteggere la figlia Zoe.
Cosa accomuna queste tre persone?
Che cosa accadrà quando il presente li metterà per l’ennesima volta di fronte ad una scelta difficile?
E il passato, con i suoi segreti, tornerà a bussare alla porta di ognuno di loro chiedendone la resa dei conti?
Quali aspetti delle loro personalità emergeranno per mantenere intatti gli equilibri esistenti e a quali compromessi dovranno sottostare per essere davvero “felici”?

Dopo un viaggio allucinante e allucinatorio nell’orrore più perverso di solito mi concedo un po’ di tenerezza.

Anche se ammetto che io e la dolcezza abbiamo divorziato da tempo. Cosa volete farci, sono una vera romantica.

Non nel senso di sognante creatura, ma proprio dedita al romanticismo come arte.

Quello che trovava poetiche le rovine infestate da fantasmi e sussurri lugubri. Eppure, nonostante trovi le storie melense e mielose fastidiose più di una carie ( la carie tempra lo spirito in fondo) ho visto nel testo Anime Genmelle, una vena di triste poeticità.

Non è la solita storia di io tu e mammà, oppure di affrante donnine in lacrime in attesa del principe azzurro. ( io non ho mai capito, ma un uomo in calzamaglia color celestino, non vi fa salire il serial killer che è in voi?).

Qua, invece, ci sono due elementi che apprezzo.

Il primo, non ci sono ginniche acrobazie degne di Yuri Chechi.

La seconda è che si parla di amore in senso più lato. Non solo tra due amanti, ma tra padre e figlia, tra esseri umani capaci di provare… compassione. Ed è forse il senso di comunanza con un altro essere vivente che illumina il genere rosa, donandogli una sfumatura di narrativa di formazione.

Le persone qua descritte non sono isole.

Sono esseri che sanno che, in una vera società, non si volta mai lo sguardo.

Si collabora, ci si abbraccia, ci si tiene per mano.

Ci si aiuta.

Che meravigliosa parola… cooperazione!

Ecco il senso dell’amore.

Troppo sfalsato da tanti, troppi, contorni insipidi.

Amore non è vivere per qualcun’altra, ma aprirsi all’altro.

Anche quando comporta sia odorare le rosa, quanto pungersi con le spine. E colorare di sangue un quadro perfetto.

Eppure è quel vermiglio candore che risalta agli occhi.

E che in fondo ci fa comprendere quanta energia serve per guardarsi, e guardarsi davvero.

L’amore è mille cose ed è nulla.

E’ quell’emozione che ha ispirato poeti.

Quello che ci fa pare pazzie, o follie, quello che ci mette contro il mondo intero.

Quello che rompe tabù e differenze e che ci accomuna soltanto in una lacrima e in un sospiro.

In questo libro si celebra la vita.

Quella che non è uno schema, quella fatta di mille splendidi pezzi, capaci assieme, e sottolineo assieme, di creare un mosaico meraviglioso.

Ecco io credo che Luisa abbia dato più di un sogno adolescenziale per ogni donna: abbia spiegato che per vivere, e vivere davvero, a volte è necessario il rischio.

Quello di aprire la propria anima all’altro.

Perché soltanto quel sentimento di amalgama che ci lega, quando le barriere vengono demolite, quando i muri vengono sfaldati, è la nostra unica vera speranza di sopravvivere.

Non solo come società ma come esseri umani.

Perché soltanto chiamandoci Amore

questa maledetta notte, potrà pur finire

perchè le riempiremo noi da qui di musica e parole.

Vecchioni

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