Recensione “Una preghiera prima dell’alba” di Billy Moore

 

 

 

 

 

 

Billy Moore era andato in Thailandia per sfuggire a un presente di tossicodipendenza e alcolismo. Ma, proprio mentre stava riuscendo a disintossicarsi, non resiste e prova la potentissima yaba, detta anche la droga della pazzia, una metanfetamina dagli effetti devastanti. La vita di Moore ritorna in breve quella di prima: in bilico tra dipendenza e criminalità, si guadagna da vivere con combattimenti di boxe illegali, fino a quando non viene arrestato e imprigionato a Klong Prem, un luogo in cui la vita non ha più alcun valore. Il giovane inglese si trova così a dover fronteggiare un ambiente ostile, in cui le uniche regole sono quelle senza pietà delle bande di carcerati thailandesi, dove la violenza è il solo linguaggio. Billy forte del suo passato di pugile, si mette di impegno per imparare la disciplina del Muay Thai, l’arte del combattimento thailandese. Dopo tre lunghi anni, la sua forza e determinazione, e un po’ di fortuna, gli varranno una seconda, insperata, possibilità.

Una storia vera lascia sempre una traccia dentro di te. Questa è la storia di Billy Moore, una storia di tossicodipendenza e di alcolismo, ma anche di una rinascita, di una seconda possiblità.

“Se hai paura di morire, vuol dire che hai qualcosa per cui vale la pena vivere”, queste sono le parole che dovrebbero spronare il mondo, ma alcune volte si perde di vista quel qualcosa per cui vale la pena vivere e toccare il fondo è sempre la parte più facile, risalire da quel fondo è quella più difficile.

Scegliere la vita e uscire da quell’inferno.

Tra le pagine di questo libro ho letto di vita reale, debolezze, paure, di speranza, di arresa. Ho provato la sua solitudine, la sua inquietudine, lasciandomi vuota per giorni.

“Forse ero solo un matto convinto di essere sano. Dicono che uno psicopatico è un matto che ha appena scoperto come funziona il mondo. Forse era quello che era successo a me il giorno in cui avevo smesso di drogarmi”.

Quelle parole “Stavo iniziando a sentirmi di nuovo un essere umano” mi hanno colpito e rendono l’idea della prigionia.

Leggere dello stato di abbandono delle carceri in Thailandia è stato come rivedere un vecchio film con Clare Danes “Bangkok senza ritorno”, i modi disumani, la mancanza di organizzazione, descritto in maniera dettagliata da sentire i confini di quelle sbarre, l’odore nauseante di morte e le mosche che ronzano sul cibo.

Il tema trattato è davvero forte, la dipendenza da alcool e droga, lo stato delle carceri, parole crude scritte in quelle pagine che non solo fanno riflettere, ponendoti tanti perchè, ma ti lasciano spezzata. Ecco mi sono sentita così, con qualcosa di rotto dentro difficile da ricostruire. E’ stata davvero dura, uno shock di fronte al quale si è sempre impreparati.

“La mia vita correva da troppo tempo a  mille chilometri all’ora, ed io volevo solo che il mondo si fermasse un attimo”.

Ma fuori dal tunnel c’è la luce, sempre e comunque, basta solo trovare la via d’uscita e farsi riscaldare anche dai tenui raggi del sole.

E’ un libro che mi ha toccato il cuore, confuso la ragione, dato delle risposte e creato tante altre domande.

RECENSIONE DI

EDITING A CURA DI

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