Recensione ‘’L’ultima sillaba del verso ‘’ di Romano Luperini

trama

Solo dopo l’ultima sillaba il verso di una poesia acquista significato. Solo alla fine di una vita se ne dovrebbe scorgere il senso. Valerio, il narratore e protagonista di questo romanzo, è sopravvissuto a stento a una terribile malattia che ha devastato il suo corpo. Si trova in una condizione di incertezza, mezzo vivo e mezzo già morto, solo nella campagna più solitaria, fra boschi, colli, uccelli, animali selvatici. E, sul limitare dell’ultima sillaba, prova a chiedersi quale sia stato il significato del suo percorso.

 In quest’opera di ricostruzione, convoca alla memoria gli eventi della sua storia privata e della Storia collettiva dall’88 fin quasi ai giorni nostri: la separazione dalla moglie, la fine di una militanza e di una fede politica che lo impegnavano dagli anni Sessanta, la caduta del muro di Berlino, la breve relazione con Margareth, la Guerra del Golfo, il legame con una ragazza canadese, Betty, la morte della madre, l’inizio dell’inchiesta Mani pulite, che coinvolge anche il fratello; e poi, imprevisto, un evento che pesa più degli altri: l’incontro con Claudine, un’allieva dell’università, da cui Valerio è attratto al punto da idealizzarla, sovrapponendola al personaggio di un racconto di Musil che porta il suo nome. L’amore con Claudine sembra ridare una meta ai suoi giorni, ma il declino progressivo del corpo, “bene mobile”, gli ricorda quotidianamente che ha davanti a sé nient’altro che una serie di ultime volte, che è, in fondo, come il falco che osserva dalla finestra del suo casolare, che “tutto il giorno si prepara, spia la campagna intorno, si protende, aspetta. Aspetta cosa? Se poi la morte arriva e se lo piglia”. E tuttavia, dopo dieci anni dall’ultimo incontro, i due avranno modo, sorprendentemente, di vedersi ancora una volta. Nonostante tutto, Claudine non è diventata ancora una figlia: resta una possibile, misteriosa e imprendibile amante.

 

recensione

Poche parole vorrei spendere per questo libro. Tutte negative.

E sì, perché sinceramente questo libro non mi è piaciuto per niente. Quando si legge qualcosa si spera di entrare nel mondo che lo scrittore ha creato, sentirsi spettatore immobile o protagonista poco importa. Si entra e si vivono emozioni e sentimenti, negativi o positivi che siano. Questo libro non mi ha trasmesso niente. Forse è colpa mia che non ho trovato la giusta chiave di lettura, ma ho avvertito una pesantezza immensa in ogni parola. Non mi sono mai sentito coinvolto o emozionato. È una strana sensazione leggere delle parole e vederle come delle semplice forme nere.

Le idee erano anche carine, ma il modo in cui viene esposto il tutto è noioso, poco coinvolgente, arido.

Non ho provato empatia quando dovevo, non so sinceramente come mai ma non è successo. Vorrei darmi la colpa come lettore ma so che sbaglierei.

Spero che altri apprezzino questo libro perché io non l’ho fatto e non lo consiglierei.

 

Recensione: jager

Editing: mandy

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