Recensione “Il paradigma dell’amore” di Giada Castigli

 

 

 

 

 

 

Per le sue amiche Giuditta è la mantide religiosa delle relazioni: si lascia sedurre, fa finta di amare e poi fugge via, il più lontano possibile da qualsiasi turbamento che possa minare il suo impeccabile autocontrollo.
Per tutti i suoi amici Gabriel Sala è un seduttore seriale, calcolatore ed egoista.
Sotto il cielo di Milano, all’incrocio di un semaforo, Giuditta e Gabriel si guarderanno per la prima volta e nulla sarà più lo stesso. Gabriel proverà a diventare l’uomo che non è mai stato, ma la vita lo costringerà ad affrontare una perdita alla quale non era preparato. Giuditta scoprirà che in amore non esistono regole e chi ama di più, spesso, è destinato a soccombere.

L’amore è quel sentimento che

move il sole e l’altre stelle

Eppure in questi tempi disperati il sentimento osannato dai poeti sembra più che altro spengere le stelle. Illusorio e crudele, si nutre dei sogni e di tante giovani prolifiche energie, strappandole in modo sanguinario alla vita e gettandole come bambole rotte una volta finito il blasfemo pasto. “Uomini” che si nutrono di anima, di desideri e di bellezza. Che uccidono la femminilità riducendola a un gioco crudele e insensato. È una tragedia che si estende attraverso i secoli con i suoi orrendi tentacoli, ognuno con impresso un volto bellissimo e sofferente. Questo amore malato, questo non amore ha una sorta di paradigma preciso. Seduce, conquista, accerchia e distrugge. distrugge le anime più fragili, quelle più bisognose di quel calore chiamato passione. Quelle rinchiuse in una torre altissima che aspettano fiduciose quel bacio in grado di risvegliarne i sensi e forse, con essi la vita vera e non una mera sopravvivenza. Giuditta, la protagonista del libro “il paradigma dell’amore” è così. Rinchiusa nella sua torre d’avorio, fondamentalmente indifesa contro un mondo che percepisce oscuro e minaccioso. E si sente in un certo qual modo sicura, spavalda, lei la mantide dei rapporti che non si lascia sopraffare dal bisogno dell’altro. Eppure quel bisogno lo ha scritto a caratteri fiammanti nel suo DNA. È priva di vere protezioni perché incapace di cogliere la differenza, quella che distingue una relazione sana da una patologica. Tutto questo grazie a quella maschera indossata per, ironia della sorte, non cadere nel baratro più oscuro: quello della manipolazione. E come in ogni oscura fiaba che si rispetti, arriva l’angelo nero. Seducente, sensuale, avvolgente ma dotato di una pericolosità latente quasi ignorata volutamente da quella protagonista cosi ansiosa di emozioni. Eh sì, perché la sua bella torre così ben organizzata è invasa da quello che Baudelaire chiamerebbe spleen: il tedio, la noia di gesti ripetitivi, senza aver l’impronta del magico e dello straordinario. Eppure, proprio di quello Giuditta ha bisogno. Lo brama e lo cerca, nonostante tenga alto il vessillo di razionalità. E lo cerca attraverso un sorso di infinito non pericoloso come l’oroscopo. Dalle stelle, simbolo di speranza, di luminosità, di nuovi inizi e opportunità lei trae un po’ di linfa vitale, di quel fluido atto a colorare istanti altrimenti grigi. Giuditta è più di ogni altra donna, con il suo timore di soffrire, con le sue insicurezze nascoste sotto il manto delle certezze la vittima perfetta. Bella più interiormente forse, perché abilmente la nostra autrice non la descrive, la evidenzia con tratti terribilmente realistici tanto che lei è l’amica che conosciamo da sempre, la donna seduta sul tram con lo sguardo perso, la vamp vestita di tutto punto che si ubriaca al pub apparentemente vanesia e tutta dedita ai bagordi, nascondendo a noi facili ai giudizi occhi oscurati dal pianto. È questa apparente impersonalità che colpisce, che fa di un personaggio femminile tutte le donne, tutte noi, Alici che tentano di entrare in un paese delle meraviglie, il più delle volte così oscuro che ad attenderci, alla fine di un tunnel pieno di stranezze straordinarie, non esiste il Bianconiglio ma un lupo famelico, affamato e senza scrupoli. E quel lupo è Gabriel, un nome angelico per una personalità disturbata, narcisistica, manipolatrice con un grosso anzi grossissimo complesso di Edipo che lo rende incapace di cresce.

E sapete come fa questa splendida autrice, di nome Giulia Castigli?

Non crea una storia fiabesca in cui il lupo può essere ammansito con il sacrificio della donna pura e immacolata. no. In questo testo il lupo fa quello che ci si aspetta dal lupo, divora senza pietà, senza redenzione, senza giustificazioni, senza un “eh ma è così bello e sexy”. Alla Castigli, della bellezza di questo Gabriel non frega nulla. Lei racconta con una penna quasi asettica ma che trattiene una rabbia repressa, la storia terribilmente e orribilmente conosciuta da tutti noi: la donna che si annulla per un l’altro. Per un’illusione, per un’immagine e per una misera aspettativa. Per quella trasgressione del proibito che non è paradiso ma solo abisso. Con Giuditta non conosciamo emozioni ma un lungo atroce, claustrofobico calvario. Lei parla di gioia e noi vediamo solo una bellissima fata in catene, priva di energia e priva di libertà. E ci angosciamo perché quella fata potremmo e forse siamo state noi stesse.

E sapete come cresce Giuditta?

Non con un principe che la salva ma immergendosi totalmente nel buio e accendendo la sua luce, ossia la comprensione che l’amore che lei dava era nulla. Che l’anima di Gabriel è semplicemente la sua perché gli uomini come Gabriel non hanno una loro identità e come vampiri succhiano la nostra fino a lasciarci distrutte. Ecco il bello di questo libro. C’è dolore, tanto, troppo ma non c’è assoluzione né per Giuditta ma soprattutto non per Gabriel. Tanto che alla fine la lettera di addio di questo patetico, misero e evanescente piccolo essere non è un atto d’amore ma l’ennesima dimostrazione di quanto egli sia… non reale. La bellezza sta in quella penna che diventa arrabbiata e che ci dice “vedete”?

Ecco l’essere che pensate di amare e che invece vi lega in una dipendenza assurda e senza senso. un finto uomo che è semplicemente un bimbo egoista e incapace di vivere, nonostante eccessi e bellezza e fascino. Lui non è nulla. Mente in tutto quel dolore, in quegli occhi pieni di lacrime lei, Giuditta, esiste perché prova dolore, perché urla, soffre e si fa male. E proprio perché vive e si fa male lei crescerà, divenendo donna. E in quel dolore Giuditta non è sola: le nostre lacrime si mescolano con le sue formando un mare, un mare fecondo da cui poter rinascere tutte assieme. Unite. Ma soprattutto protagoniste e mai più comparse. In questo malato rapporto la Castigli inserisce qualcosa di bello: un esempio maschile sano che è quasi una sorta di coscienza. Non un sostituto ma una voce di quelle che fanno male ma che, al tempo stesso, svegliano molto più di un bacio.

Giuditta è l’esempio di una guerriera che, nonostante abbia toccato con mano l’abisso, riesce a risalire quel tunnel tenebroso grazie all’acquisizione di consapevolezza ma, soprattutto, senza mai rinunciare ai suoi sogni. Non dobbiamo mai compiere questo abominio. Per nessuno al mondo dobbiamo rinunciare ai sogni, alle nostre idee. Perché noi siamo luce, siamo ali per volare, siamo fate, siamo il tutto che si rende manifesto in un corpo. E non dobbiamo dimenticarlo mai neanche davanti a cento, mille Gabriel.

E la nostra splendida autrice con penna ferma lo grida in ogni pagina.

È stata accusata di non mettere emozione in quelle pagine. Eppure io, quell’emotività, l’ho vissuta in ogni frase, perché ogni parola grondava sangue e rabbia. È semplicemente stata perfetta a controllarla e pertanto a renderla più sferzante.

Cosa dirti Castigli?

Sei l’esempio non solo di autrice con la A maiuscola ma di donna, perché attraverso il tuo libro, così raro, così prezioso, tu omaggi ogni anima di donna, uccisa vilipesa, ostacolata e ferita. I miei omaggi e il mio eterno rispetto.

Noi qui dentro si vive in un lungo letargo,

si vive afferrandosi a qualunque sguardo,

contandosi i pezzi lasciati là fuori,

che sono i suoi lividi, che sono i miei fiori.

Io non scrivo più niente, mi legano i polsi,

ora l’unico tempo è nel tempo che colsi:

qui dentro il dolore è un ospite usuale,

ma l’amore che manca è l’amore che fa male….

Cosa mi è costato vivere?

Cosa l’ho pagato vivere?

Figli, colpi di vento…

La mia bocca vuole vivere!

La mia mano vuole vivere!

Ora, in questo momento!

Il mio corpo vuole vivere!

La mia vita vuole vivere!

Amo, ti amo, ti sento!

Ogni uomo della vita mia

era il verso di una poesia

buttata, stracciata,

raccolta, abbracciata

Questo amore della vita mia,

ogni amore della vita mia,

è cielo e voragine,

è terra che mangio

per vivere ancora…

Roberto Vecchioni

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