Recensione “Hai cambiato la mia vita” di Amy Harmon

 

 

 

 

trama

Lo trovarono nel cesto della biancheria di una lavanderia a gettoni: aveva solo un paio di ore di vita. Lo chiamarono Moses. Quando dettero la notizia al telegiornale dissero che era il figlio di una tossicodipendente e che avrebbe avuto problemi di salute. Ho sempre immaginato quel “figlio del crack” con una gigantesca crepa che gli correva lungo il corpicino, come se si fosse rotto mentre nasceva. Sapevo che il crack si riferiva a ben altro, ma quell’immagine si cristallizzò nella mia mente. Forse fu questo ad attrarmi fin dall’inizio. È successo tutto prima che io nascessi, e quando incontrai Moses e mia madre mi raccontò la sua storia, era diventata una notizia vecchia e nessuno voleva avere a che fare con lui. La gente ama i bambini, anche i bambini malati. Anche i figli del crack. Ma i bambini poi crescono e diventano ragazzini e poi adolescenti. Nessuno vuole intorno a sé un adolescente incasinato. E Moses era molto incasinato. Ma era anche affascinante, e molto, molto bello. Stare con lui avrebbe cambiato la mia vita in un modo che non potevo immaginare. Forse sarei dovuta rimanere a distanza di sicurezza. Ma non ci sono riuscita. Così è cominciata una storia fatta di dolore e belle promesse, angoscia e guarigione, vita e morte. La nostra storia, una vera storia d’amore.

recensione

Questa è una storia bella… ma bella tanto.

Ti spezza il cuore, e non solo nel finale o in un punto specifico da cui parte la trama, no, questa storia ti fa soffrire più volte. In maniera inconsolabile o risollevandoti poco dopo.

La premessa dice tutto, o così sembra:

“Se vi dico subito che l’ho perso, senza tante cerimonie, per voi sarà più facile sopportarlo. Saprete che quel momento sta per arrivare, e che farà male. Sentirete una fitta al cuore e la paura vi chiuderà lo stomaco, questo sì. Ma lo saprete in anticipo, almeno, e potrete prepararvi. Questo è il mio regalo. Con me, la sorte non è stata altrettanto clemente. Io non ero preparato.”

 Georgia è una ragazza dello Utah, ha diciassette anni, è bionda e ama i cavalli. Ha un sogno, diventare una cow girl professionista, lasciare casa sua per partecipare ad ogni rodeo disponibile.

Moses è un diciottenne pieno di problemi. Abbandonato appena nato dalla mamma tossicomane, che verrà trovata morta quattro giorni dopo in un vicolo, viene cresciuto dalla sua famiglia. A turno tutti si occupano del problematico figlio del crack e tutti lo fanno malvolentieri, fino a che la sua bisnonna Bibi non lo prende in casa con sé. Amandolo come nessuno ha mai fatto.

Georgia sente la storia di Moses da quando è piccola perché, nel piccolo paese in cui vive, l’abbandono di un bambino fece molto scalpore. Ma poi Moses crebbe e divenne un ragazzino strano, e nessuno si preoccupò più per lui.

Lei, invece, ne è sempre stata affascinata, lo ha sempre guardato con un interesse autentico ma non ha mai avuto il coraggio di parlargli.

La prima volta che succede si trovano entrambi nel fienile di lei, che sta addestrando il suo cavallo Sackett.

Moses lo fissa assente e lei lo esorta a toccarlo senza paura perché il cavallo è buono, essendo abituato a interagire con bambini e ragazzi durante le sedute di ippoterapia che i genitori di Georgia tengono a casa loro.

Ma qualcosa va storto, Sackett si impenna e dà una botta in testa a Georgia, che perde i sensi e si risveglia appoggiata alle gambe di Moses, che è spaventatissimo e non sa che fare.

In qualche modo nel legame che si instaurerà tra questi due ragazzi, rivediamo lo stesso che c’era tra Fern e Ambrose di “Sei il mio sole anche di notte”, sempre della Harmon.

Lei è spigliata e vuole conoscere questo ragazzo di colore, bello e inaccessibile. Se ne innamora perdutamente e prova a travolgerlo con la sua spigliatezza.

“Nessuno, però, mi aveva detto cosa avrei provato. Nessuno mi aveva detto che resistere sarebbe stato come respirare da una cannuccia. Inutile, impossibile, utopico. Infatti io avevo gettato via la cannuccia e respirato a pieni polmoni, li avevo riempiti di Moses…”

Moses è molto più riservato e nasconde un segreto.

Ama dipingere ed è bravissimo a farlo, ma i suoi soggetti, a un certo punto, sembrano essere sempre gli stessi: giovani donne bionde che sono scomparse e che solo Moses sa che sono morte. Sì, perché lui vede le anime dei defunti che gli trasmettono immagini della loro vita, che lui deve necessariamente dipingere o non se ne andranno. Non sono cattivi, hanno solo il bisogno disperato che Moses trasmetta dei messaggi.

I due ragazzi finiranno insieme, si baceranno, faranno l’amore e per Georgia sarà la prima volta, ma Moses la terrà sempre a distanza. La deluderà spesso, non le dirà mai cose belle e lei non si scoraggerà mai, continuando a tornare da lui ancora e ancora.

Normalmente mi darebbe fastidio un atteggiamento del genere, ma Georgia non è come le protagoniste prive di amor proprio di cui leggiamo tutti i giorni. E’ una ragazzina innamorata che sente emozioni che Moses non vuole accettare e che rifiuta con tutte le sue forze. Lei capisce Moses, legge tra le righe e si fa bastare quello che lui le dà perché sa che è molto più di quanto chiunque abbia mai ricevuto. Che è tutto quello che lui è in grado di dare.

Quello che non sa, è che lui sta solo cercando di proteggerla dal suo mondo pieno di anime e da una vita in cui è sempre additato come quello strano, fino a che lui stesso non si convince di esserlo.

La loro storia prosegue tra alti e bassi fino a che, il giorno del ringraziamento, la bisnonna di Moses morirà e lui, travolto dal dolore, dipingerà su tutti i muri della casa e verrà portato nell’ospedale psichiatrico di Salt Lake city. Ci starà tre mesi e non vorrà mai incontrare Georgia che lo andrà a trovare tutte le settimane.

Quando Moses esce dall’ospedale, in compagnia di un nuovo amico, c’è un salto temporale di ben sette anni.

Non vi dirò quello che succede ma sappiate che il vostro cuore sarà infilato in una centrifuga e sarà sbattuto di qua e di là. Non ci saranno filtri, la verità vi verrà presentata per quella che è, spesso attraverso le immagini che passeranno nella testa di Moses, altre volte grazie ai racconti di Georgia.

Farà male, ma eravamo stati avvertiti all’inizio e, credetemi, non sarà servito a nulla perché le emozioni e il dolore vi travolgeranno comunque.

Georgia è cresciuta, maturata e cambiata suo malgrado. Porta sulle spalle un peso enorme che tiene per sé.

Moses si sente più libero di prima perché ha potuto finalmente dar sfogo alla sua arte, sfruttando la sua capacità senza farsene più schiacciare.

I ruoli si sono invertiti, la vita ha tolo molto a entrambi ma è pronta a dare loro abbastanza da renderli finalmente felici?

Nella versione originale il libro si intitola “The law of Moses” perché, come lui stesso dice a Georgia, ha sempre avuto tre regole: Dipingi. Vattene, senza voltarti indietro. Non amare.

E con lei ne ha trasgredita solo una. Ha amato.

Inutile dire che consiglio assolutamente questo libro, crudo ma delicato. La Harmon sa raccontare storie meravigliose, facendo coesistere momenti spensierati e argomenti difficili senza che nessuno dei due perda il proprio valore.

Il finale sarà dolce amaro, come lo è tutta la storia, ma probabilmente vi lascerà soddisfatti perché si ha l’impressione che tutto sia andato al suo posto. Che quello che si poteva sistemare è stato sistemato. Che Moses e Georgia abbiano saputo sostenere il peso di una vita che li ha caricati di molti dolori, donando loro una consapevolezza indispensabile: l’amore è la chiave di tutto.

“Lasciammo che la gente parlasse di quello che voleva e accettasse quello che poteva. I colori sbiadirono e i dettagli svanirono. E alla fine sarebbe diventato soltanto un racconto. Dopotutto, era una gran bella storia. Una storia sul passato e il futuro, sui nuovi inizi e sulle cose che durano in eterno. Una storia di persone fragili, persone provate, persone folli e persone spezzate, e soprattutto, una storia d’amore. La nostra storia.”

Recensione: bash

Editing: Ele

 

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