Recensione di “Fairfax & Coldwin” di Alessio Filisdeo

 

 

 

 

 

 

“L’odio li aveva uniti e l’odio continuava a tenerli uniti. Non era la necessità, non era la fiducia né la fedeltà, tantomeno l’amicizia. Ma puro, incontaminato e primordiale odio reciproco.”

Primi anni dell’Ottocento. Le Guerre Napoleoniche stringono l’Europa in una morsa opprimente, generando miseria e povertà. Fairfax e Coldwin, feroci vampiri con indosso la pelle di insospettabili gentiluomini, imperversano per le strade di Londra commettendo atrocità di ogni sorta, impazienti di abbandonare il Vecchio Continente per cominciare una nuova non-vita nelle Americhe. Ma attraversare l’oceano costa caro e il prezzo pattuito prevede il rapimento di una misteriosa bambina, celata nei recessi della Francia bonapartista. Antichi rancori, tradimenti, duelli all’ultimo sangue e fughe rocambolesche: presto le due empie creature della notte si ritroveranno invischiate in una fitta rete di intrighi, intrappolate tra le spire del loro scomodo passato.

“Fairfax & Coldwin”, di Alessio Filisdeo, segna il ritorno di un XIX secolo più gotico che mai, cupo e grottesco, traboccante di subdoli personaggi e inquietanti rivelazioni. Abbassate le luci. Mettetevi comodi. Il viaggio ha inizio

Apri il libro e sei al cinema.
Letteralmente non vorresti staccarti dalle pagine di questo romanzo che t’incolla alla poltrona.
I due protagonisti sono magnificamente elaborati dall’autore. Crudeli, al di sopra delle regole e delle righe, immancabilmente gentleman, affascinanti.
La trama ha ritmo, ma ogni tanto pecca per quel che si suol dire “spazio temporale”.
Altro punto che, secondo me, l’autore ha poco gestito, è il personaggio della bambina che devono rapire. Il chi è o che ruolo ha non è chiaro e se l’autore pensava di farlo scoprire ai due protagonisti assieme al lettore, beh non c’è riuscito perché al lettore non viene spiegato nemmeno alla fine, ma ci arriva per intuito, a differenza dei due protagonisti che non lo sapranno mai. Il finale aperto lascia spazio a molte congetture su un’eventuale seguito.
In più aggiunge protagonisti marginali, come la contessa De Winther (che fa tanto pensare alla Milady dei “I tre moschettieri” di Dumas) che non ha un ruolo ben definito e non si capisce che funzione abbia.

Nonostante tutto è un libro che consiglierei agli amanti del Gotico noir, delle storie dei Vampiri, ma nulla delle romanticherie di Twilight o Vampire Diarie’s. Più una Laurell Hamilton, meno seria e più scanzonato.

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